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LEGGEREZZA E SOBRIETA’

Allora, stasera vorrei parlare dei massimi sistemi…

No!

Vabbè, discettiamo di populismo e qualunquismo…

Nooo!!

Ho capito, argomentiamo sul Covid 19…

Noooooooo!!!

Basta, decido io, il tema di questo articolo sarà leggero, come la leggerezza cui anelo in questo periodo, sia sulla bilancia che nella testa.

A voi piace il maculato?

Il maculato o lo ami pazzescamente oppure lo odi a certi livelli: non ammette mezze misure.

Io sono una di quelle che lo adora: cappotto, pantaloni, casacca, camicia, t shirt, canotta, mutande, reggiseno, borsa, scarpe, perfino la vestaglia…ce l’ho tutte! Anche la pashmina con cui ho imbastito turbanti aggressiv per combattere il nemico in questi mesi di chemio…groarrr!

Non ho ancora capito se indosso il maculato per sedare la tigre che è in me o, piuttosto, per dare spazio forza e grinta alla tigrotta sgomitante e con l’autostima sotto i piedi di qualche anno fa. So per certo che il maculato, combinato con i fiori e con i colori dell’arcobaleno, mi dà superpoteri che mi rendono una supereroina invincibile contro gli oscuri poteri del male!

Rischio di apparire volgare e trash? Praticamente pari a zero. A parte il fatto che nella moda è il trend delle ultime stagioni, il maculato non è più appannaggio di certa letteratura bucoskiana, i grandi stilisti lo hanno finalmente sdoganato e, quindi, più maculato per tutti!!!

L’avreste mai detto che il maculato potesse essere portatore di leggerezza e sobrietà?

Datemi un turbante maculato e vi solleverò il morale e tutto il mondo!

NUOVI AMORI

Non scrivi più?
Non cucini più?
Non dipingi più?
Ho un nuovo amore che, come tutti i nuovi amori, ruba tempo e attenzioni: rendere nuovamente accattivanti alcuni dei mobili acquistati ventotto anni fa, quando Roberto ed io abbiamo messo su casa e famiglia.


Amanti del legno caldo che faceva subito baita sulle Dolomiti o b&b nelle colline senesi, abbiamo arredato casa con mobili di artigianato umbro.
Pensavo che, come mia madre, sarei rimasta fedele a vita allo stesso arredamento, ma io non sono mia madre, tutt’altro…
La casa ha subìto diversi cambiamenti, pur conservando buona parte dell’arredamento iniziale.
Ho giocato a cambiare e combinare suppellettili, ho tappezzato casa di  ricordi di viaggi, ho recuperato impolverati oggetti cult dallo stanzino dei miei.
L’arredamento è passato dal rustico arte povera maddechèchecostanacifra ad un colorato e folcloristico melting pot, passando prima per uno spocchioso stile english tarantshire fino ad un finto etnico de’ noartri.
Fiori ovunque e sempre.
Minimalista mai.
Amo i colori dacché ero bambina, ma da quando mi sono ammalata che m’è venuto? Se non stanno attenti, dipingo pure quelli che abitano in casa con me!
Sto ridando nuova vita a tavolini morenti e a cassettoni tristacchioni; un po’ di fucsia, ‘na botta di verde, un tocco di turchese e il gioco è fatto!
Sono una principiante, una youtuberdipendente di tutorial, una stalker di ferramenta.
Mi piace fare le cose a modino e imparo in fretta ciò che m’interessa. Ormai il fai da te non ha più segreti per me, mi aggiro tra gli espositori con precisa cognizione: la carta vetrata da 120 per grattare il legno, lo stucco per le piccole riparazioni, la carta vetrata da 30 per livellare, la cementina da dare come base e per finire i colori ad acqua colorati.


Ecco Frida e le sue tele “mobili”!


Spennellare mi dà una gioia immensa e mi rilassa, anche più dell’impastare, nonostante la mascherina e i guanti, nonostante il perenne casino sul balcone, nonostante la nebbia dei pensieri.


” A volte le parole non bastano. E allora servono i colori.
E le forme. E le note. E le emozioni…”. A. Baricco

Mancano maniglie e bocchette, ma è già bello così, bell’e mammà!

ABBRACCI E DISTANZE INUMANE

Ho trascorso gli ultimi settanta giorni, quelli della quarantena ma anche delle mie due ultime chemio, lontana da congiunti e affetti stabili.
Le ultime chemio sono state terribili, mi hanno provata fisicamente e psicologicamente.
E non mi sono mai sentita così sola.


Pur con marito e figli in casa, telefonate, videochiamate su Wzp e Zoom come se non ci fosse un domani, la distanza umana oltre che sociale ha minato ciò che la chemio non è mai riuscita a portarmi via: il sentirmi amata e protetta.


Mi sono ritrovata a dover gestire un’altra paura, due paurissime al prezzo di una.
Sono stata prigioniera delle mie angosce in casa mia, al limite in ospedale: non ho abitato altri posti.


Ho scritto tanto e dipinto abbastanza, ho aperto con orgoglio un blog, ho imparato a fare la pasta fatta in casa, a fare piccoli restauri, mi sono cimentata in nuove ricette.
Ho imparato a bastarmi, è vero, ma non potevo abbracciarmi da sola.
E gli abbracci mi sono mancati da morire.


Volevo essere abbracciata quando, dopo la chemio, il mio corpo implodeva in un disagio inumano.
Volevo essere abbracciata ogni volta che lo specchio rifletteva un volto che non riconoscevo come mio.
Volevo essere abbracciata perché le parole non bastano a rassicurare, quando senti la morte dentro e fuori.
E più di tutti mi sono mancati gli abbracci di mia madre.


Ieri ci siamo abbracciate, lei ultraottantenne cardiopatica ed io immunodepressa, in barba alle regole di un virus umanofobo, obbedendo soltanto alle regole dell’amore e della vita che, speriamo, ricominci a fluire in quella linfa malata e respingente.
Mi sono abbracciata con Roberto, superando la paura di un contagio improbabile, valicando un muro che questa situazione irreale ha contribuito ad innalzare.
Mi sono abbracciata con Lorenzo e il suo irruente eppur delicato amore di figlio, orgoglioso di questa mamma con la cazzimma che, da qualche anno, combatte guerre per riconquistare territori di salute.


Ho cercato e rivisto La prima cosa bella, film che amo, perché mi urgeva abbracciare Micaela Ramazzotti e Stefania Sandrelli, la giovane e la matura Anna Nigiotti: una mamma incompresa, ingombrante di carattere e bellezza, che vive la vita, la malattia e perfino la morte con spettinata leggerezza e amore sconfinato per la vita tutta e per i figli, anche e soprattutto per il figlio spietato.


Un abbraccio, al tempo del Coronavirus, può costarti la vita?
Sarà, a me però l’ha ridata.

Foto recuperata dal web

ANGOLI POLICROMI, ANGOLI DI VITA

Non mi piacciono gli angoli, non mi piace tutto ciò che è geometrico, razionale, rigoroso.
Per questo li riempio.
La nostra casa parla molto di me e di quanto ami i colori ed ogni stanza in cui vivo ha un angolo dedicato ad oggetti che adoro.


La cucina è da sempre il mio regno, il mio rifugio, il mio confessionale.
Qui cucino, stiro, penso, m’impongo di non pensare, scrivo, leggo, studio, dipingo, guardo la TV, parlo al telefono, prendo decisioni, ingurgito medicine, mi faccio le iniezioni, m’incazzo, gioisco, VIVO.
Per me, più che l’hashtag #iorestoacasa sarebbe stato più indicato #iorestoincucina, visto il tempo che ci trascorro da quando il cancro comanda il mio quotidiano, da quando sono immunodepressa e da quando il Coronavirus comanda  la mia vita, già molto casalinga negli ultimi mesi.
In cucina  il mio angolo del cuore è bicolore,  pieno di oggetti del cuore a cominciare dalla credenza, acquistata con amore 28 anni fa, a seguire con tazze e ninnoli vari regali delle mie amiche del cuore, per finire con i piatti che sembra facciano festa in quell’angolo vivacemente policromatico!
Quando acquisto un nuovo piatto per il mio angolo colorato a metà, oltre ad essere felice come una bambina, mi diverto a spostare tutti i piatti finché non trovano una nuova armonia.
Ogni piatto ha il suo perché, qualcuno ha una storia, alcuni sono nonsense, adoro quelli fiorati, ma il mio preferito è quello col simbolo della pace, chissà perché…
Amo i colori da sempre, ma ora li uso contro il nero dei pensieri di questo periodo di cacca, per allontanare un virus che mi fa paura più del cancro.


In un angolo della mia stanza da letto c’è quasi tutto ciò che amo: ci sono gli oggetti con le persone belle che me li hanno regalati e ci sono le mie cose per ricordare ed avere vicine le persone a cui tengo.
E ci sono sempre i fiori e i colori, come la Margherita di Cocciante.
Sul comodino poi c’è proprio l’Amore.
E quando mi addormento sognano tutti allegramente con me.


Nell’ingresso due angoli opposti ma simili sorridono agli abitanti ed ai visitatori.
Muri spennellati di sole rovente d’agosto e buccia di arancia candita, di foglie mature e allegri girasoli, muri per quattro stagioni.
La valigetta dei miei bisnonni raccoglie i foulard fiorati e le improbabili pashmine che hanno raccontato il mio inverno malato.
Specchi di ogni dimensione e provenienza per ritrovarmi quando mi perdo.
Un cassettone che parla di noi, di come eravamo, di come siamo, di cosa siamo diventati: c’è posto per quello che saremo e faremo.
Un piccolo abat jour a fiorellini fucsia e tintinnanti ciaccioli di perline per fare finta di essere sempre lì dove lo acquistai, in Provenza, tra campi di profumata lavanda e  casette dai colori pastello.
Portacandele che racchiudono profumi buoni e fiammelle di vita vera.
Quando apro la porta di casa mi affaccio su un angolo di mondo, il mio.
Nell’angolo del viaggiatore, che io adoro, c’è la valigia grande di cuoio dei miei bisnonni, quella con cui a 21 anni feci il mio primo viaggio da sola, un viaggio da emigrante, il viaggio dell’autonomia e dell’indipendenza: da Taranto a Milano, con in tasca i soldi contati, i dodici punti del diploma magistrale e la specializzazione per insegnare agli alunni diversabili, l’urgenza di mettere in pratica ciò che avevo imparato, il desiderio di una pseudo vita da  universitaria fuori sede, la possibilità di un futuro lavorativo stabile, la certezza dei miei affetti lontani.
Avrei voluto una valigia di quelle moderne, mi vergognavo di quell’ingombrante bagaglio da terrona, ero ragazza e non capivo quanta storia e quanta Bellezza ci fossero in quel parallelepipedo viaggiante.
Qualche mese fa, a casa dei miei, l’ho ritrovata e l’ho  voluta fortemente: l’ho rimessa su, le ho riservato un posto d’onore, tipo gli abbonati Rai, l’ho riempita di borse, i miei oggetti transizionali, e le ho chiesto scusa.
Sopra ho attaccato un planisfero diviso in tre pannelli: con le bandierine colorate avremmo dovuto segnare i paesi che abbiamo visitato, ma ci dispiaceva rovinarlo, tanto la casa e soprattutto i nostri occhi ne sono pieni.
Sulla porta c’è un piccolo assaggio, oggetti apotropaici raccolti un po’ ovunque, alcuni regalati da amici e parenti: la sardina di Lisbona, il trifoglio di Dublino, gli zoccoletti olandesi, il cactus dell’Arizona, l’occhio di tigre turco/greco, l’acchiappasogni dei Navajo, il cornetto napoletano. E poi il mio preferito, la conchiglia di Santiago de Compostela, ricordo non del cammino ma di un luogo magico, Finisterre, un luogo incantato per molto tempo considerato la fine del mondo conosciuto, dove il cammino dei pellegrini finiva, dove invece io ho dato inizio al mio, un cammino nelle pieghe dell’anima, uno slalom tra gioie e tormenti, ricordi e speranze. La sagoma stilizzata di Frida, regalo dei ragazzi, saluta chi viene e chi va e il biglietto di Stella con la frase della mia icona,  mi ricorda chi sono

“Non come chi vince sempre, ma come chi non si arrende mai”

LEI

LEI ama la musica ed è la musica della nostra famiglia: LEI di Charles Aznavour è una delle sue canzoni preferite, insieme a L’ istrione, Un amore così grande di Mario Del Monaco e Miss Sarajevo nella versione di Pavarotti con gli U2.
Ascolta musica italiana e straniera e si commuove con le belle romanze delle opere liriche, la Tosca su tutte.
L’ho portata al concerto di Laura Pausini e agli spettacoli di Gianni Morandi e Massimo Ranieri ma, se avesse potuto, sarebbe venuta con noi a tutti i concerti, soprattutto a quello dei Talking Heads e di Mark Knofler.

LEI ama andare al cinema, perché quando era bambina la sua mamma la portava sempre al Dux e alle arene e con me ha fatto lo stesso, infatti adoro i film e amo la magìa del cinema.
Le commedie americane e i musical sono la sua passione: con LEI ho visto Hair, il mio primo film del cuore, LEI con me ha visto La La Land, il suo ultimo film del cuore.


Quando eravamo piccoli, LEI e mio padre andavano a teatro: indossava uno di quei bei vestiti che studiava a tavolino con la sartina di turno, dopo aver acquistato, a buon prezzo, stoffa e passamanerie sberluccicanti.
“SPENDI POCO E COMPARISCI” è sempre stato il suo vangelo di donna che non ha mai rinunciato alla sua parte femminile e glamour, pure quando i soldi erano pochi.
Stessa cosa per i capelli, sempre a posto di colore fatto dalla parrucchiera e piega fatta in casa, con i bigodini messi su la sera, prima di andare a dormire, dopo aver sgobbato su più fronti. LEI si veste, si acconcia e si trucca anche solo per stare in casa: cascasse il mondo, il suo sorriso è sempre contornato di rossetto rosa!


Il valore dell’amicizia e della sorellanza l’ho imparato con LEI: amiche di vecchia e nuova data con cui fare lunghe chiacchierate al telefono o davanti ad un caffè, scambiandosi ricette e commenti sui mariti, parlando di figli prima e di nipoti poi, di piccole e grandi gioie, acciacchi e sciagure che non mancano mai. Amiche diventate comari, zie, affetti stabili: zia Lisa e zia Teresa su tutte.


A LEI piace leggere le riviste e, garantisco, non salta un articolo! Nel tempo è passata da Confidenze e Intimità, a Vanity Fair, Elle, Effe, passando per Marie Claire e Donna Moderna: attualità, politica ma non troppo, moda, cucina, arredamento, salute e gossip quanto basta.


A 82 anni guarda parecchio la TV, i canali Rai e quelli digitali, mai sia Mediaset: le serve per essere connessa al mondo e all’attualità con l’intelligente leggerezza che la contraddistingue e poi le fa molta compagnia, infatti sono tutti suoi amici:
“Hai visto che vestito aveva Mara ( la Venier)? “
“Oggi Antonella (la Clerici) ha cucinato una roba buona”
“Scusa, vado che c’è Fazio”
“Marghe, stai vedendo Gramellini?”
E il giorno dopo commentiamo film, programmi e fiction come due critiche televisive di quelle serie.


Con LEI ho imparato ad amare anche cucinando: la sua pasta al forno con le polpettine è l’apoteosi, ma anche la parmigiana non scherza.
LEI è come la nonna di casa Surace, a qualsiasi ora tu vada a trovarla la trovi che rimesta e spignatta allegramente o impasta biscotti e tagliatelle con quelle mani sapienti e mai stanche:
“Aspetta, mo’ ti faccio una mappetella e te la porti a casa”.


LEI sa moltissimo di me e, nonostante tutto, mi ama: lei così fedelmente risolta ama me, fedelmente irrisolta.

È una madre.

Speciale.

La mia.

Auguri mamma, ti amo verso l’infinito e oltre, come Buzz.

O sempre e per sempre, come De Gregori.

È IL SISTEMA

A giugno 2016 la prima diagnosi di Linfoma non Hodkhing a cui segue un simposio di famiglia per decidere il da farsi nell’immediato: solo chi è stato attraversato da un tumore può capire cosa succede in quei momenti di buio e  totale black out.
Mia cugina prende accordi con l’ematologia  del San Matteo di Pavia, svolgerò lì tutte le indagini.
Le signore del centralino mi chiamano per dirmi tutto quello  che devo fare e anche di più: mi dicono per filo e per segno come prepararmi alla Pet, mi sorridono per telefono, mi danno consigli su dove alloggiare una volta arrivati a Pavia.
La signora Antonia, della residenza Fanny, mi accoglie in questa casa che ha creato per i pazienti ematologici provenienti da ogni parte d’Italia, dopo aver perso una giovanissima figlia per un linfoma crudele: lei è apparentemente coriacea, ma schietta e amorevole.
Arrivo nel day hospital di ematologia: in accettazione signore gentilissime accolgono noi pazienti, in sale d’attesa silenziose e rispettose, ognuno col proprio numerino, aspettiamo di essere chiamati.
A Pavia non ho mai fatto ore e ore di attesa, mai.
Svolgo tutti gli accertamenti e, in un clima di accoglienza, gentilezza e serenità, accolgo il mio nemico.
Penso che non saranno tutti così, non sono abituata a questo genere di relazione col personale sanitario.
E invece si: a cominciare dalle OS, per continuare con le infermiere e per finire col primario.
Ho fatto il mio primo prelievo osteomidollare, un esame invasivo e doloroso, con due ragazze meravigliose, un’infermiera e una dottoressa: man mano che procedevano con il siringone aguzzino, mi  spiegavano tutto con voce carezzevole, praticamente due fate turchine.
Il primario, giovane alla mano e senza l’aria da lei non sa chi sono io, mi dà contezza del protocollo sperimentale che  potrò seguire a Bari, Matera o Lecce.
Scelgo Bari.
Saluto la signora Antonia, ho paura di non ritrovare giù ciò che ho trovato qui e, da allora, conservo indelebili nella mia memoria le sue parole:
“Giù al sud avete fior fiore di eccellenze, quello che non va è il SISTEMA”.


Il primo giorno al day hospital di ematologia a Bari, in attesa della prima visita, ho un assaggio di ciò che saranno gli anni successivi di follow up: quattro o cinque ore di attesa insieme ad un numero imprecisato di pazienti, spesso e volentieri spazientiti.


È il SISTEMA, mi dico.


L’accoglienza è compassata, ma professionale, fatta eccezione per un giovane empatico medico tirocinante che resterà per sempre nei miei ricordi più teneri di paziente. Il secondo prelievo midollare è sbrigativo e doloroso: non ci sono fatine, mi sento persa come Gretel.
E mi sento orfana di Pavia.
Dodici sedute di radioterapia a Brindisi e il linfoma “con basso grado di recidività'” è annientato.
Apparentemente.


Luglio/agosto 2019:
– urino con difficoltà e vado di Monuril e Cistalgan con scarsissimi risultati
– la gamba destra mi tira e si gonfia ad intermittenza, chiamo privatamente un medico vascolare che mi prescrive un integratore ed una crema rinfrescante
– all’improvviso viene fuori una tumefazione dolente all’inguine
– l’11 agosto faccio due ecografie in due studi diversi, ma che danno il medesimo risultato: linfonodi patologici.
Non voglio crederci.
Ad ottobre sarebbe finito il mio follow up ed invece il 16 agosto  sono nuovamente a Bari per capirci qualcosa.
Passerà un tempo infinito prima di avere la diagnosi. Ammalarsi ad agosto è da folli, come è da folli essere convinti che una grossa e dolorosa tumefazione all’inguine, con due ecografie preoccupanti (anzi tre, con quella al seno in cui si riscontra un linfonodo patologico anche sotto l’ascella destra), possa essere trattata con un antinfiammatorio, procrastinando esami diagnostici e diagnosi.
Nel frattempo la gamba, qualche giorno dopo l’intervento di rimozione di un linfonodo per effettuare l’esame istologico (finalmente, visto che dopo i venti giorni di antinfiammatorio la tumefazione era ancora lì!), si gonfia a dismisura.
Una notte, piangendo di dolore e paura, mi faccio portare da mio marito al pronto soccorso qui a Taranto: ricovero immediato nel reparto di chirurgia vascolare per una trombosi venosa profonda. Non sapremo mai se dovuta alla massa bulky che preme sulla vena femorale o alla mancata prescrizione delle iniezioni di eparina dopo l’intervento o al fatto che, intervenendo su una zona irradiata, la trombosi poteva  essere un effetto collaterale, oppure a tutte queste cose insieme.


È il SISTEMA, mi dico.


So soltanto che dal 17 settembre 2019 ad oggi 8 maggio 2020, io mi sparo in pancia due iniezioni di eparina da 6000 unità al giorno, che non so quando passerò ad un anticoagulante orale a vita e che da allora, e fino alla fine dei miei giorni, non potrò fare a meno di indossare un monocollant contenitivo color cacchina che odio dal primo momento in cui l’ho indossato.
Due giorni dopo vengo urgentemente ricoverata nel reparto di ematologia di Bari e sottoposta al primo ciclo frazionato di chemio ed immunoterapia: la gamba è gonfissima ed i reni sono in sofferenza, perciò non urinavo bene. Il vecchio linfoma si è modificato geneticamente, è diventato aggressivo e molto veloce. Nel frattempo è passato uno dei mesi più brutti della mia vita.

È il SISTEMA, mi dico.


Ci vorranno quattro chemio per non sentire più la massa e il dolore all’inguine e le sei chemio previste dal protocollo RCHOP diventeranno otto, perché a Tac e Pet di controllo dopo la quarta, i risultati ottenuti non sono ottimali.
Dimessa da Bari decido di farmi seguire a Taranto: non cammino e non potrò guidare per mesi e non posso inguaiare una famiglia per accompagnarmi a Bari. Ringrazio sempre, nei miei pensieri, la psicologa dell’Ail, la signora volontaria dell’Ail che veniva a portare il tè in stanza e tutto il personale del reparto di ematologia, dove ho trovato professionalità e cuore. Il protocollo di cura è standard e poi l’ospedale Moscati di Taranto è un centro d’eccellenza per l’ematologia.
Il primo giorno, con una gamba trombizzata, mi faccio sette ore di attesa tra prelievo e visita. Lo stesso numero di ore di attesa o poco meno lo farò anche tutte le altre volte a seguire.


È il SISTEMA, mi dico.

Almeno, però, l’accoglienza è empatica, simpatica e, anche qui, professionale.
Tra marzo ed aprile, con la Covidpandemia, mi ritrovo a fare le due ultime chemio in posti diversi: la settima chemio nel dismesso reparto di  otorinolaringoiatria del Moscati e l’ottava alla clinica D’Amore.
L’intero polo oncologico frantumato per tre mesi, salvo poi, a fine maggio, ricomporsi  nuovamente al Moscati, sempre in condivisione con otorinolaringoiatria.
In cosa è consistita, mi chiedo, la tutela dei pazienti oncologici ed immunodepressi dal Covid 19? Quali sono i criteri adottati? Chi ha deciso tutto questo e perché?


È il SISTEMA, mi dico.


Settimana scorsa ho da fare il mio primo controllo ematologico in clinica, in regime di Covid: non so che mi aspetta un’ora di triage, io che non posso stare tanto tempo in piedi con la mia gamba trombizzata, persone anziane che chiedono di avanzare nella fila (altro che fila…nell’assembramento che si è creato, qui al sud non siamo capaci di fare la fila come i cristiani!!!) e persone più giovani che negano l’aiuto. Il cambiamento morale dopo il Covid? Eccolo qui, in tutta la sua ignorante povertà d’animo. I pazienti sono aumentati, ma il triage lo fa una sola infermiera.


È il SISTEMA, mi dico.


In questi ultimi due mesi non ho fatto lunghe ore di attesa, ma ho assistito alla stanchezza e al nervosismo non celato degli infermieri, già sottodimensionati come numero, che hanno dovuto affrontare al momento due traslochi (ma fino a fine maggio saranno tre), alle gridate dei medici, stanchi anche loro, che seguono uno spropositato numero di pazienti: sì, perché nella nostra città le malattie oncoematologiche sono sempre più in aumento e, per questo, sappiamo anche chi ringraziare – e alla nostra incredulità di pazienti spazientiti e stanchi di essere le vittime di battaglie invisibili e guerre  economiche giocate davanti ai nostri occhi e sulla nostra pelle. Ognuno di noi, prima di essere un paziente è una persona e come tale degna, ma anche portatrice, di rispetto in qualsiasi situazione, anche e soprattutto in emergenza Covid 19. Abbiamo un sistema sanitario pubblico, ma sottodimensionato e bipolare, perché al Nord funziona in un modo e al Sud in tutt’altro, è cosa nota.


È il SISTEMA, mi dico.


Ma il SISTEMA, mi domando ora, è fatto da persone che dovrebbero agire in correlazione sotto l’egida di un supervisore e superorganizzatore o è una clamorosa supercazzola che ci costringerà ancora a trasferirci allo scoppio di un’altra epidemia, a fare interminabili attese, a prenotare esami diagnostici in tempi biblici costringendoci, spesso, a pagare il privato e a intraprendere viaggi della speranza verso gli ospedali del nord, dove il SISTEMA tutto sommato funziona?

TONNARELLO PORTAMI VIA

Stamattina ho fatto i tonnarelli con le mie manine sante ed ho preparato una cacio e pepe da paura.
Ho preparato l’insalata di puntarelle, ho sbucciato le fave novelle, ho affettato il pecorino.


Sul terrazzino un tavolo apparecchiato con una tovaglia di fragole, piatti e bicchieri colorati, una bottiglia di Nero di Troia, la ricotta buona di pecora.
Sono a Roma, in un ristorantino di Trastevere, col ponentino che mi accarezza le guance e la Sora Lella che mi strizza l’occhio.


Sono andata a trovare Lorenzo che mi ha portata in giro per chiese e musei, alla Galleria Nazionale dove ho compreso meglio l’arte contemporanea, dal Tonnarello dove ho compreso meglio la cacio e pepe e la carbonara.
Ho trascorso un fine settimana indimenticabile con la mia amica Stefania: tante mostre, risate, chiacchiere, rose profumate di un magico giardino, cicchetti goderecci e il panino col bollito del mitico Sergio Esposito a Testaccio, mortacci quant’è bono!
Sono andata al concerto dei Muse, dei Rolling Stones, dei Depeche Mode: con Roberto, i ragazzi, i miei fratelli, mia cognata, i cugini, gli amici, i nipoti…famiglia e amici rock a certi livelli! Un fine settimana per raggiungere Roberto, un viaggio della speranza ma divertente assai in cuccetta, con Stella e i bambini, ma bambini ci sentiamo tutti: alla Ricordi con le cuffie ad ascoltare ognuno la propria musica, cantando a squarciagola: io impazzisco per “Light my Fire” nella versione di Will Young, sono felice e scuscitata. Sono partita tre volte con tre quinte differenti, con colleghe varie, con genitori eterogenei, con percorsi poliedrici, ma ogni volta è stata una diversa avventura mozzafiato! Ho partecipato, con Angela e colleghe e colleghi della Cgil, alla manifestazione contro la buona scuola di Renzi: bandiere sventolanti, espressioni sanguigne e urgenza di non soccombere.
Ho raggiunto Roberto un fine settimana di trent’anni fa, quando avevamo ancora gli occhi pieni di sogni e progetti da realizzare. Ho trascorso un’Epifania con la mia famiglia bambina: le bancarelle di piazza Navona, le monetine con desideri annessi lanciate nella fontana di Trevi, Vittorio e Lorenzo felici di scorazzare in maniera intelligente dentro Explora, Lorenzo che chiede ai conducenti romani de Roma di poter ascoltare l’espressione stica*** ma pure “meco****”detta da loro e noi che moriamo dal ridere!
Ho festeggiato un compleanno con i ragazzi e Roberto: Vittorio che ci raggiunge da Senigallia, una tortina col botto a sorpresa nel cuore della città eterna, sotto un fungo di calore, in una fredda serata di fine gennaio riscaldata dal loro esserci sempre e per sempre.
Ho festeggiato la laurea di Lorenzo, con un turbante in testa e una gioia infinita nel cuore: sono malata, ma me lo dimentico per un giorno intero.


Non c’è traccia di Covid 19, non sono malata, non sono in quarantena, non esiste il lockdown, non ho paura.


Il mio sogno per il futuro è ritornare al passato, quello non cancellabile, ma con un occhio che ammicca fiducioso al futuro.
Una grattachecca con passeggiata sul Gianicolo e sono felice.

AFFETTI STABILI

Allora dal 4 maggio, con le dovute precauzioni, ci potremmo vedere, stando alla mia interpretazione del Dpcm del 26 aprile: perché loro sono i miei saldi e duraturi legami affettivi da decenni, i miei affetti stabili e speciali.
Che senso avrebbe potermi vedere con zii e cugini con cui ho legami di sangue, ma minimi rapporti di circostanza e non con loro che sono parte integrante della mia vita?
Non esistono solo i congiunti, i legami di sangue, esistono certe relazioni che rappresentano i legami di cuore, quelli scelti e consolidati nel tempo.


Quelli che vanno ben oltre l’amicizia, oltre la famiglia, oltre lo spazio e il tempo, semplicemente oltre.
Quelli che ci sono sempre, nella gioia e nel dolore, in salute e in malattia, in ricchezza e in povertà.
Quelli che non devi nemmeno aprire bocca, che già hanno capito.
Quelli che si fiondano quando hai bisogno d’aiuto e ti organizzano la vita, quando tu hai la testa che va a tremila, il corpo che non risponde e l’anima sbrindellata. Quelli che hanno trasformato periodi di cacca in sorrisi vincenti, garbati consigli, sguardi accorati, parole belle e silenzi avvolgenti.
Quelli che “tu casa es mi casa”, davvero.
Quelli che “se tu stai bene sto bene anch’io”.
Quelli che “come una sorella”, ma anche “come un fratello”, perché tali sono i loro compagni per me.
Quelli che  hanno avuto paura di perdermi, ma quella paura mi ha resa più forte ed io mi ritrovo ogni volta, per me, per loro, per tutti quelli che amo.
Quelli che matrimoni, nascite, battesimi,prime comunioni, cresime, anniversari, lauree, compleanni, piccole e grandi soddisfazioni della vita, sempre festeggiati insieme.

Anna Maria, Antonella, Loredana, Stella ed io. Ognuna di noi è un pianeta a sè ma, insieme, componiamo un sistema solare di complicità, solidarietà, amore. Vi sta venendo il diabete? Tranquilli, non siamo esenti da rare incomprensioni, equivoci comunicazionali e temporanei allontanamenti, quisquilie che non hanno scalfito i nostri rapporti: abbiamo sempre avuto l’intelligenza di comprendere e di essere consapevoli della grandezza di ciò che abbiamo costruito nel tempo. C’è chi investe in bot e cct, noi abbiamo investito in sorellanza.


Affetti stabili, potrebbe essere questo il titolo del libro che ho timidamente iniziato a scrivere. Grazie per avermi suggerito il titolo, Presidente.

PILLOLE DI ATTENZIONE

La malattia è brutta. Sì lo so, sembra una frase alla Catalano, vi ricordate Indietro tutta? Era quello che diceva ovvietà e non sense, facendoci ridere da matti. La malattia, però, ha anche la sua bellezza, se vuoi trovarla. Oppure è lei che cerca te? Sinceramente non lo so, io so soltanto che nella malattia io ho trovato, tutte e due le volte che il cancro è venuto a cercarmi, la Bellezza dell’Altro.

L’Altro è oltre la famiglia: sono le amiche sorelle presenti nei momenti topici e vicine anche quando sono lontane, i loro compagni che per me sono come fratelli, le amiche di messaggi e telefonate che aiutano a distanza, le vicine di casa, le persone belle conosciute sul web, le colleghe della vecchia scuola alle quali sono legata da bellissimi ricordi, le colleghe con cui solo l’anno scorso ho condiviso il quotidiano. E poi c’è lei,una collega con cui l’anno scorso ho interagito poco perché eravamo in scuole diverse: dal primo giorno che mi sono assentata fino ad oggi il suo buongiorno è la pillola più dolce che deglutisco ogni mattina. Ogni giorno link diversi, accomunati però da frasi di speranza, ottimismo, buonumore e baci abbracci arcobaleni e cuoricini che, non appena sarà possibile, ricambierò dal vivo stringendola forte forte a me! Ricevere attenzione e cura a distanza da parte di una persona che conosco davvero poco, mi dà ragione del valore dell’Altro e dell’incrollabile fiducia che io vi ripongo. La conosco appena Filly, ma già il nome avrebbe dovuto dirmi qualcosa sulla grazia, la tenerezza ed il garbo che la connotano e con cui è entrata nella mia vita, attraverso una semplice chat di WhatsApp. E poi due cose grossissime me la fanno amare a prescindere: 1) è un’insegnante di sostegno di quelle vere e serie, di quelle che svolgono questo lavoro con passione e generosità, una che combatte affinché l’inclusione sia reale e non solo una bella parola da usare su documenti e relazioni 2) ama gli animali e ha due simpatici cagnolini: in chat ci siamo scambiate le foto dei nostri figli pelosi con la stessa tenerezza con cui ci si scambia le foto dei propri cari.

Filly, silenziosa amica di chat, te l’ho scritto spesso e lo ribadisco qui, grazie ancora per questa cura mattutina che hai per me da otto mesi, per questa routine rassicurante come quelle che usiamo con i nostri bambini, per esserci con grazia: non lo dimenticherò mai.

UN GIORNO TUTTO QUESTO DOLORE MI SARÀ UTILE?

La solitudine e la bruttezza dei miei piedi.
Uno si è storto, quello della gamba trombata, che si è storta pure lei insieme a tutta la parte destra; l’alluce vira pericolosamente a destra col nerume della chemio.
Mi resta l’altro, solo con l’alluce nero del fungo di cilebbiv.
Non posso fotografare il resto: lo stomaco ustionato, l’intestino avvelenato, il sistema genito-urinario devastato, la cataratta spuntata all’improvviso, le mucose infiammate, le gengive sanguinanti, il cuore dolente, la testa vagante, le rughe dell’anima.
“U’ squerc ‘da cod’ è u cchiu tuest!” diceva la mamma dell’amica mia, ed aveva ragione, cara Rosaria.
I sorrisi, la pazienza e la grinta si sono un po’ stancati, anche di fingere.
Mi guardo e mi ascolto: adesso vedo e sento tutto il dolore di un corpo flagellato in ogni sua parte, tangibile ed intangibile.


Non sono io.

Ci vorrà tempo per trovarmi, riconoscermi, scoprirmi. Però mi voglio bene, tanto.


Ci voleva pure il Coronavirus, otto mesi fa mai avrei pensato di vivere un incubo nell’incubo: non si può immaginare, solo chi sta vivendo una malattia importante, nell’incubo di contrarne un’altra invisibile e deleteria per un organismo immunodepresso, può capire.

Non sono sola, ma ora mi sento sola.

Per avere considerazione devo stare male, ma io sono forte e faccio la forte, raramente mi hanno vista crollare, non mi riconoscono: io a letto? Nullafacente?Col broncio? Immusonita? Polemica? Suscettibile? Magari STANCA?

Scusatemi, facciamo finta che vada tutto bene, che questi otto mesi mi siano scivolati addosso come il più bel vestito di seta: lavo e stiro roba infinita, cucino e accontento gusti ed esigenze diverse, sorrido, non polemizzo e dico sempre di sì, alla faccia del tatuaggio che dice NO.

Pedro guarda oltre, non gli interessano i miei piedi, ma la cagnetta dell’altra palazzina.
E tien raggion.


È tutto normale, me lo ripeto come un mantra, è giusto che adesso sia così.
Andrà tutto bene, me lo ripeto come un mantra.

E non so davvero se tutto questo dolore mi sarà utile.

Lo scoprirò solo vivendo

UN GIORNO TUTTO QUESTO DOLORE MI SARA’ UTILE?

PER ME GNOCCHI, GRAZIE

Giovedì ho fatto gli gnocchi alla sorrentina, mi era venuta voglia navigando tra i mille siti di cucina in cui spesso e volentieri mi perdo…
E gli gnocchi li ho fatti proprio io, con le mie manine sante che in questo periodo si danno un gran da fare in cucina!
Peccato che per soddisfare la mia voglia abbia dovuto cucinare altre due pietanze diverse, perché i miei figli non gradiscono ed hanno anche gusti differenti tra di loro: uno ama tutti i sughi rossi e odia le verdure e l’altro ama le verdure e odia i sughi rossi, uno mangia solo lenticchie fagioli e ceci e l’altro solo fave e piselli, uno è pasta/lievitati dipendente e l’altro ha un’intolleranza al glutine e mangia prevalentemente riso…
Ahhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh!!!
C’è da uscire pazzi o no?!!!
E sono anche dei critici severi e vagamente rompiballe:
– Manca un po’ di sale
– Forse doveva essere un po’ più denso
– La pizza di sabato scorso è venuta meglio
Difficilmente un – Grazie mamma – che solo io e quel povero piano cottura sappiamo quanto ci costa tutto sto ambaradan; come sempre è tutto dato per scontato.
Ovviamente non è la prima volta che capita una cosa del genere, come non è la prima volta che scazzo, inneggiando a quei figli che ingurgitano tutto ciò che le loro mamme mettono nel piatto e applaudendo le loro supermamme che sono riuscite lì dove io ho smarronato di brutto.
In tempi normali mia madre accontenta qualche mio desiderio culinario, ma adesso non è possibile e poi, avendo il tempo, mi accontento da me e voglio farlo perché, cribbio, me lo merito!
Ogni desiderio ha un costo, piccolo o grande che sia: i miei desideri sono costosissimi, eppure non riguardano shopping o incursioni in spa, ma semplicemente la gestione autonoma e personale di spazi di tempo.
Una donna paga dazi per affermarsi ovunque, paradossalmente anche nella propria cucina, dove è costretta a mangiare pasta col sugo o riso e zucchine, anche se non le va. Eppure mi sono tatuata anche il monosillabo NO: secondo una mia amica ho sbagliato il posto, non dietro la nuca ma in fronte!
Giovedì ho preparato gli gnocchi per me perché avevo bisogno di coccolarmi, ma ne scrivo solo oggi, che mi è passata la nervatura.

Per fare gli gnocchi ho seguito la fantastica ricetta di Alessandra Pisni

500 g patate

350 g semola

50 g formaggio grattugiato

1 uovo

q.b. sale e noce moscata

Per la salsa e il condimento non ci sono le quantità, io vado ad occhio o a sentimento

  • passata di pomodoro San Marzano
  • olio extravergine
  • basilico fresco
  • mozzarella
  • scamorza affumicata
  • rodez oppure grana grattugiato
  • sale


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