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LEGGEREZZA E SOBRIETA’

Allora, stasera vorrei parlare dei massimi sistemi…

No!

Vabbè, discettiamo di populismo e qualunquismo…

Nooo!!

Ho capito, argomentiamo sul Covid 19…

Noooooooo!!!

Basta, decido io, il tema di questo articolo sarà leggero, come la leggerezza cui anelo in questo periodo, sia sulla bilancia che nella testa.

A voi piace il maculato?

Il maculato o lo ami pazzescamente oppure lo odi a certi livelli: non ammette mezze misure.

Io sono una di quelle che lo adora: cappotto, pantaloni, casacca, camicia, t shirt, canotta, mutande, reggiseno, borsa, scarpe, perfino la vestaglia…ce l’ho tutte! Anche la pashmina con cui ho imbastito turbanti aggressiv per combattere il nemico in questi mesi di chemio…groarrr!

Non ho ancora capito se indosso il maculato per sedare la tigre che è in me o, piuttosto, per dare spazio forza e grinta alla tigrotta sgomitante e con l’autostima sotto i piedi di qualche anno fa. So per certo che il maculato, combinato con i fiori e con i colori dell’arcobaleno, mi dà superpoteri che mi rendono una supereroina invincibile contro gli oscuri poteri del male!

Rischio di apparire volgare e trash? Praticamente pari a zero. A parte il fatto che nella moda è il trend delle ultime stagioni, il maculato non è più appannaggio di certa letteratura bucoskiana, i grandi stilisti lo hanno finalmente sdoganato e, quindi, più maculato per tutti!!!

L’avreste mai detto che il maculato potesse essere portatore di leggerezza e sobrietà?

Datemi un turbante maculato e vi solleverò il morale e tutto il mondo!

LA MARGHE DI COCCIANTE VOLA

Non è il West bank wall, il muro che separa palestinesi e israeliani, ma è il muro d’ingresso della mia casa.


Si tratta di un adesivo murale dell’opera di Banksy “Flying balloon girl”, acquistato su Amazon, al quale ho reciso i 7 palloncini neri sostituendoli con 5 palloncini colorati in ceramica di Grottaglie, quelli che avevo, in attesa che presto diventino sette.
Li ho attaccati a dello spago grezzo e li ho uniti con un fiocchetto rosso.


Via, una cazzata.


Ma me lo sono proprio inventato io e stranamente non ho guardato su Pinterest, per cui ignoro se già ci sia o meno.
E tutto ha una spiegazione, spesso inconscia ed inconsapevole, anche questo.


Quella in foto non è la bambina di Banksy che, dalla cinta di Gaza,  sogna di fuggire da guerre fisiche e ideologiche alla ricerca di un futuro migliore.
Questa sono io che, dalla mia casa/prigione, sogno di fuggire dalla mia personale e lunga guerra con una malattia bastarda, alla ricerca di una magia, di una speranza, di una probabilità.


Cinque anni fa avrei voluto tatuarmi Balloon Girl, in cui Banksy raffigura una bambina con la mano protesa verso un palloncino rosso a forma di cuore che viene portato via dal vento, e non lontano compare la scritta in inglese “C’è sempre una speranza”.
Col linfoma pare che i tatuaggi siano banditi e allora, da  Margherita di Cocciante quale io sono (il titolo del mio blog) “coloriamo tutti i muri case vicoli e palazzi perché lei ama i colori”  e ad ogni immagine dono il significato che mi è proprio.

IL MIO 1° MAGGIO

Se il primo maggio è la Festa dei Lavoratori, giornata internazionale in ricordo di tutte le lotte per ottenere condizioni di lavoro migliori, allora oggi è la mia festa.


Da due anni il mio lavoro è fare la paziente oncoematologica e lottare per ottenere condizioni di salute migliori, anzi lottare per stare ancora in questa vita meravigliosa, come canta diodato nostro.
Sì, fare la paziente è un lavoro: faticoso, pesante, debilitante, premiante se sei fortunato, frustrante se ti va di cacca.
Il tempo, lunghissimo, scandito dagli appuntamenti continui: i prelievi, le visite, le terapie in ospedale e a casa, la suoneria del cellulare che squilla per ricordarmi le medicine da prendere, ché la chemio si è mangiata pure un po’ di cellule cerebrali.
PET e TAC fa che sono amiche mie, mi riempiono di radiazioni ma, vuoi mettere, mi parlano da dentro:


– Houston abbiamo un problema

Il Covid 19 ci ha messo il carico da novanta, da più di un anno faccio tutto da sola: nessuno più con cui ingannare le lunghe attese, nessuna visita durante i 22 giorni di degenza per l’autotrapianto, nessuno che mi tenesse la mano durante le plurime sentenze dei medici, la solitudine delle mie lacrime, che mica sono di ferro.


Una quarantena infinita.
Una lotta infinita.


Dedico questa giornata ai ricercatori, che lavorano con passione per cercare cure a perfide malattie ed invito a finanziare la ricerca anche con piccole donazioni, ché la ricerca è vita per tutti.


E a Nicola, che da comunista serio amava il primo maggio e che, un primo maggio di 64 anni fa, di nascosto, fece salire Nicla sulla sua lambretta per iniziare insieme un lunghissimo viaggio.


Foto presa dal web

PEZZI DI VETRO

Un’altra notte d’insonnia e di pianto, ma basta così.
Stamattina mi sono alzata male, come ormai capita da un po’, da quando  mio padre si è aggravato, da quando ho saputo dei miei esami non propriamente fantastici.
I due momenti sono coincisi, non è un caso che mi sia fatta devastare da un fuoco di Sant’Antonio incazzato quasi quanto me.
Mi ero ripromessa di non farmi devastare più da nulla e da nessuno, ma la vita, nel suo essere meravigliosa, può diventare davvero bastarda.


Eppure stamattina, dopo mesi di sciatteria e invisibilità, mi sono guardata allo specchio e ci ho trovato una donna fortissima pur con le normali fragilità, pure con la paura che si affaccia prepotentemente, pure col primo vero infinito dispiacere della vita.


Una figlia che ha accudito con amore il padre anche quando proprio non si sentiva (e quanto sono felice di averlo fatto).


Una madre e una compagna che ha sempre fatto il possibile (talvolta anche l’impossibile) per non far mancare nulla.


Una paziente oncoematologica rotta di palle, lo posso dire, che non si arrende ed è pronta a ricominciare a lottare, perché di questo si tratta, di una guerra.


I capelli, per la seconda volta, stanno ricrescendo ricci e indomabili, senza capricci, che mai li ho fatti in vita mia, ma forse è il caso di cominciare.
I capelli ricci  indomabili e resilienti contro i capelli lunghi lisci e cedevoli di 54 anni di vita: meglio adesso, ma a che prezzo, diobono.


Gli occhi abbottati dal pianto e annebbiati dalle cataratte, regalo delle chemio, li ho truccati di blu, come il cielo all’imbrunire, prima che diventi nero, che a me il nero non piace.


La bocca rossa, appena dischiusa sui denti malridotti, ché il sorriso in questo momento mi viene difficile: c’è sbavatura perché il rossetto s’infila sottilmente nelle rughe testimoni di tante risate e pure di sigarette fumate in compagnia e di baci dati, tanti (e tanti ne darò ancora).


Gli orecchini che anelano a libertà negate, quelle che solo i viaggi regalano.


Le sneakers maculate che non si vedono, ma mi ricordano che sono una guerriera, di quelle serie, che non si arrendono mai.


Il tumore, il Covid, l’immunodepressione mi hanno imposto una solitudine forzata che ho fatto mia: ho scoperto di essere una piacevole compagnia, mi piaccio, mi stimo, mi basto anche.
Osservo tutto e tutti con sguardo diverso, non superficiale e scevro sia da pregiudizi che da imparzialità.


La vita è cambiata ed ha cambiato me.
Credevo di essere rinata dopo il trapianto, invece sono morta di nuovo, di dolore e di paura.
Ma rinascerò.

Raccolgo i miei pezzi di vetro, scheggiati e colorati ma non li fondo, piuttosto li incollo uno ad uno e ne faccio un arcobaleno umano.

Sono io.

SENZA

Una settimana senza.
Tutto come da copione.
Entro in casa, saluto mia madre in cucina poi, in automatico, vado nella stanza di papà.
La poltrona è vuota, ma già da prima.
Il letto è smantellato.
La sedia a rotelle e il deambulatore parcheggiati.
Il televisore è spento, l’eco di Rai 3 ormai risuona a casa mia.
La radiolina cinese a forma di gattino, tenera ma kitch, è muta: Radio Maria ha dovuto arrendersi al volere del cielo.
Tutt’intorno è un trionfo di panni, traversine, salviette, creme, detergenti, disinfettanti, pomate, garze, flebo, medicine, strisce per misurare la glicemia, macchinetta per misurare la pressione, saturimetro.


Ma quello non è papà.


Papà è la sua scrivania piena di agende dell’anno che vuoi, di taccuini per appuntare pensieri, i conti di casa e perfino le misurazioni della glicemia, di fatture e resoconti di una vita, di libri pieni di orecchiette, di Espresso e Mind letti e non, ritagli di articoli interessanti e di immagini di meravigliosa natura, animali e paesaggi per lo più, di penne e matite, un’altra grande passione, perfino di lenze con ami arrugginiti.


Papà è la ribaltina della libreria piena zeppa di mazzi di carte francesi, di coltellini, forbicine, tagliaunghie, torce, pile, chiodi e vari ammennicoli, una piccola succursale dei vecchi negozi cinesi che tanto amava.

.
Papà è il tomo di schizzi e disegni e di ritagli di riviste degli anni ’70 : tutto è fermo a quel tempo.


Papà è il mobiletto strabordante di cioccolato, biscotti, caramelle ed amaretti, la sua ultima passione golosa: molta roba scaduta, ma tant’è, Nicola l’accumulatore seriale, credeva che la guerra non fosse mai finita.


Papà è la mensola con le foto di mamma, di loro due, di noi, dei nipoti piccoli, di sua mamma, della campagna a Martina, di Max.


Papà è la poltroncina di vimini all’angolo della vetrata a strapiombo su viale Ionio, per continuare a sognare di essere vivo a dispetto degli ictus e nonostante il Covid, a fare finta di passeggiare e incontrare gli amici al bar di viale Magna Grecia,di andare giù alla marina a prendere il pesce dal suo amico, di raggiungere la campagna di Martina e la spiaggia di viale del tramonto abbracciato a Lorenzo.

PARTENZE

Sono certa troverai qualcuno con cui giocare a burraco, ma non all’uso tuo, lassù dovrai rispettare le regole, credo.
Qualcuno a cui insegnare ad amare gli animali e a rispettare la natura, in ogni sua forma.
Qualcuno con cui fare yoga, che mo’ è figo, ma tu sei stato figo prima di tutti, e pure autodidatta.
Qualcuno con cui pescare e qualcosa da dipingere e da fotografare.
Qualcuno con cui parlare male di Berlusconi, della destra sovranista, della politica qualunquista.
Qualcuno dei tuoi compagni comunisti con cui ricordare il partito che fu e cantare a squarciagola Bella ciao.
Qualche bambino con cui giocare, a cui insegnare le canzoni di Carosone e qualche parola di francese che tanto amavi.
Qualcuno con cui giocare a calcio, a ping pong, ad andare in bicicletta e ad arrampicarsi sugli alberi.
Qualcuno che ti faccia ascoltare la tua amata musica napoletana, Era di maggio su tutte.
Qualcuno che ti prepari la pizza margherita con le acciughe.
Qualcuno con cui gustare dolcezze diabetiche, senza avere il pensiero della glicemia da misurare.
Qualcuno con cui guardare Rai 3 ma pure i film del canale 39, se te lo consentono.
Qualcuno con cui incazzarti, per non perdere l’abitudine.
Qualcuno che riesca ad ascoltarti quando parli per ore dello stesso argomento.
Ma anche qualcuno con cui condividere lunghissimi silenzi.
Qualcuno che ti dia sempre ragione, soprattutto quando hai platealmente torto.
Qualcuno che plachi il furore che avevi dentro, che noi non ci siamo tanto riusciti.
Buon viaggio Nicola, papà mio bello.
Ti voglio bene verso l’infinito e oltre.
Come Buzz

ART FRIENDSHIPS

Ho capito che non mi piace fare progetti, né a breve né a lunga distanza.
Ho capito che mi piace creare al momento, sulla scia di un ricordo di un’immagine di un pensiero, che si tratti di un piatto, di un racconto, di un quadro.


In questi giorni ho ultimato un quadrittico.
Quando l’ho iniziato, precisamente un anno fa, non sapevo che avrei dato avvio ad una quadrilogia, ma poi l’estemporaneità ha avuto la meglio.


In ogni “opera” c’è l’amica a cui l’ho regalato insieme a me: non è presenzialismo né esibizionismo o egocentrismo da parte mia, semplicemente il suggello di un’amicizia con la mia modestissima arte.
Tutto è nato come un modo per ringraziare donne/sorelle/amiche per essere nella mia vita da tanto tempo, per essermi state fortemente  accanto nella malattia e per lasciare un segno, nell’eventualità che non ce l’avessi fatta.
È stato anche un modo per ringraziarle del dono fattomi qualche anno fa, tutto l’occorrente per una pittrice mancata ma sempre desiderosa di riprendere in mano la tavolozza dei colori e dipingere la vita.


E questo ho fatto, ho dipinto la mia vita con loro.


Il primo quadretto l’ho intitolato ” Ho fermato un ricordo ” perché è frutto di un bellissimo ricordo, dell’ultimo meraviglioso viaggio fatto con amici del cuore: da Praga a Vienna a  Bratislava a Budapest con amore.
Per il mio primo lavoro mi sono rifatta ad una foto bellissima che mi è tanto cara: siamo Anna ed io, la bionda e la mora, felici di aver concluso un anno scolastico in prima ( la classe più bella e più stressante del ciclo della primaria ), con i nostri zaini in spalla alla scoperta delle meraviglie del mondo come due adolescenti, con le collanine a cuoricino, davanti ai meravigliosi giardini del Castello di Schönbrunn a Vienna: non lo sapevo ma ero già malata, avevo avvisaglie non riconducibili alla malattia, però ero molto felice.


Quando non sto bene e non posso uscire, per distrarmi, guardo foto e ricordo momenti felici: noi possiamo essere la nostra migliore medicina, la nostra più efficace psicoterapia.


Il secondo quadretto s’intitola ” Angel “: qui ho iniziato a capire che anche quando dipingo non posso prescindere dalla parola scritta.
Siamo Loredana ed io, ognuna con indosso il proprio vestito preferito, quello verde con le stelline nere il suo e maculato (manco a dirlo) il mio, ritratte di spalle e abbracciate, con i visi rivolti verso un arcobaleno di speranza che riporta una frase azzeccata: a lei spuntano le alucce da angioletto, io ho il mio NO tatuato in bella evidenza.
Non è andata bene, di lì a poco avrei saputo che la malattia era ancora tenacemente ancorata al mio sangue e che avrei dovuto procedere col piano B.


Nel frattempo, durante il lockdown, avevo partecipato ad un corso on line di Art journaling tenuto da un’amica bravissima artista e me ne sono innamorata…


La terza è una tela più grande, ho capito che sullo spazio largo lavoro meglio e mi esalto!
È un collage di immagini e parole, ritagliate da riviste o stampate al computer e colorate da me.
Al centro c’è una foto, che io amo, di Antonella e me al mare: eravamo più giovani e molto sorridenti, era un periodo molto felice. Ho ricercato immagini e parole che riguardassero la sua personalità e parole relative a ciò che ci accomuna, ci sono riferimenti alle città in cui ha vissuto e al blu, il suo colore preferito, da cui il titolo ” Non solo blu “
È venuto fuori un esemplare esplosivo di art journaling e pop art, colorato come lei e un po’ kitch come me!


L’ultimo l’ho sfornato ieri, ” Riflessi di stelle e fiori ” ed è dedicato a Stella, il mio giovane (ma molto migliore di me) alter ego biondo.
Sono partita da una foto in cui siamo abbracciate e ridiamo di gusto: eravamo al mare con gli altri amici del cuore ed io stavo per scoprire la malattia.
Ho messo la foto al centro e le ho dato continuità di colore creando lo sfondo. Ho cercato e ritagliato dalle riviste intere frasi che fossero azzeccate a lei e a noi, ci ho messo stelle e fiori e “wow” e anche una specie di aureola di diamanti sulla testa, molto kitch: un po’ da principesse, un po’ da sante, un po’ da sciantose, simbolo di un’artefatta perfezione che non ci appartiene, praticamente una provocazione.
Ho dimenticato un riferimento al segno zodiacale comune, l’Acquario, ma l’appartenenza a questo segno è comunque tutta lì, sulla tela.


Sono felice e soddisfatta, queste quattro tele hanno attraversato un anno di vita terribile eppure bellissima, un anno di opportunità e crescita, un anno di dolore e amore che, fa strano, ma spesso vanno insieme.


Grazie per i momenti, i ricordi, le presenze, le certezze, i pianti e le carezze, le pesantezze e le frivolezze; grazie per il bene, l’affetto, l’amore e il vostro cuore.


Eternamente vostra, eternamente mie.

CUCINA EVOCATIVA

La polenta non è un cibo della tradizione del nostro sud, è un alimento tipico del nord, della fredda e umida pianura padana e delle alte montagne, ma che, come tante altre ricette, è stata sdoganata per fare felici tutti gli italiani.


L’ho conosciuta da ragazzina a casa dei miei zii materni, che vivevano a Padova: zia Clara preparava una polenta col sugo piccante che se ne andava via la luce! Ci metteva dentro il pollo tipo alla cacciatora oppure il sugo con la carne alla tarantina, perché zia Clara è andata via col cuore trafitto dalla sua Taranto, come ancora succede ai nostri ragazzi.


In seguito, da giovane pm emigrata a Milano per lavorare, l’ho mangiata preparata dalla mia dirimpettaia Carmela, siciliana e grande cuciniera: preparava la cassoeula in versione lombardo/siciliana, una Buonezza esagerata a base di polenta condita con verza salamelle (o verzini) e spuntature di maiale (in verità c’era anche l’orecchio e il musetto ma io non li mangiavo!) piccante da fare paura per la presenza del peperoncino che a casa Rizza non mancava mai!


Mia mamma non l’ha mai preparata, invece io, che cucino per amore per curiosità e per evocare ricordi belli, l’ho cucinata qualche volta, anche se la lungaggine del procedimento mal si sposa con la mia vita di donna lavoratrice e madre di famiglia.
Eh ma adesso c’è lui, il Bimby, che rimesta per 40 minuti al posto mio ed io, nel mentre, preparo il condimento.


Oggi, per festeggiare un’ennesima ripresa e ruggire da tigre, ho preparato una fintamente magra polenta con sugo di salsicce di maiale, involtini, polpette e lucanica piccante.


Oggi io ero a Roana, con zia Clara e zio Ninì, miei madrina e padrino, col naso appiccicato al vetro ad ammirare l’incanto della neve che viene giù, con i tizzoni ardenti nell’allegro camino, coccolata come sempre, in attesa di  gustare questa buonezza preparata dalla mia zia del ❤️ alla sua sciuscietta.


Oggi io ero a Milano, a Cassina de’ Pecchi per la precisione, con Annarella e la signora Rizza che bussa alla porta con due porzioni di cassoeula piccante per noi, giovani maestre emigrate al Nord, da coccolare come figlie.


Dove c’è cucina c’è amore.
E ricordo.
E Bellezza.

SALUTI

Non voglio fare pesanti consuntivi né elencare i buoni propositi.
Voglio soltanto salutare il 2020 nel migliore dei modi (perché alla Bruttezza rispondo sempre con la Bellezza) ed accogliere il 2021 con un sorriso rinnovato.


Cosa indosserò?
Qualcosa di comodo perché devo cucinare e non riesco a spignattare vestita di tutto punto, ma nulla di sciatto.
E nulla di nero, mai sia!
Il vestito con le paillettes che son due anni che aspetto di indossare? E ma mi fa freddo assai, con le chemio sono passata da essere una donna in menopausa infuocata a una donna sempre in menopausa ma superrefrigerata!
Qualcosa di rosso? Il rossetto sicuramente!
Qualcosa di vecchio? Quanto ne voglio! L’immunodepressione e il Covid non mi hanno permesso di girovagare per negozi e l’armadio urla vendetta di rinnovamento!
Qualcosa di maculato? Per forza! Che sia il cappello nuovo o i pantaloni o slip e reggiseno tutto va bene, basta che ruggisca sempre, come me!
Qualcosa di nuovo? Gli orecchini che mi sono regalata, a forma di mappamondo e di aereo, perchè nuovi viaggi da intraprendere e nuovi orizzonti da esplorare mi aspettano!


Cosa cucinerò?
Un menu coi controfiocchi (per non dire altro):
– ghirlanda di salmone
– cestini di polenta con lenticchie e salsiccia piccante
– paccheri all’astice
– insalata profumata di gamberoni
– insalata di polpo

Con chi gusterò questo popò di cenone di Capodanno?
Con la mia famiglia nucleare, per tutelare la mia salute ancora molto fragile, in obbedienza al dpcm.
A mezzanotte, oltre al brindisi di rito, ai botti (degli altri) e agli auguri, getterò simbolicamente un farmaco e accenderò una candela per le compagne perse durante questo tragitto di burrascosa malattia, ballerò con Amadeus su Rai 1 e abbraccerò forte forte i miei amori e videochiamerò i miei genitori e il resto dei miei affetti stabili.


Non ho mai pensato di non farcela, ma festeggiare un nuovo anno, dopo tutto quello che ho attraversato, non era scontato ed è il regalo più bello.
Buona fine e buon inizio a tutti!
Peace & love!
Love?


“QUANDO C’È L’AMORE C’È TUTTO. NO, CHELL’ È ‘A SALUTE!”


Posso io non essere d’accordo con Troisi?

RICETTE D’AMORE

Il quadernetto delle ricette di nonna Matilde, quello di mia madre e il mio.


Quello della nonna è datato 1937, un anno prima che nascesse mia madre.
83 anni fa  Matilde appuntava soprattutto ricette dolci ( mia nonna era cannaruta forte! ): biscotti, pan di spagna, scileppo, creme varie.
Tutte scritte con una grafia antica, ordinata ed accorta.
Cremor tartaro, ammoniaca, strutto: quando piccolina leggevo queste parole mi sembravano fare parte di un rituale magico, tipo pozione alla Harry Potter.


Il quadernetto di Nicla, mia madre, porta la data del 1976: quasi ogni ricetta è accompagnata dal nome di chi l’ha fornita, della food blogger di una volta! La quasi totalità delle ricette di mamma è salata: focacce, quiche, panzerotti e sfiziosità varie. Molte ricette sono state scritte da me bambina: fa effetto ritrovare in quella grafia i desideri di Jo March con la passione di Ave Ninchi!
Nicla è una fan di Anna Moroni  e della Spisni oltre che grande amica di Antonella…
Antonella chi?
Ma la Clerici, naturalmente, della quale parla come se facesse parte del nostro quotidiano entourage familiare.


Nel 1984, a 19 anni, inizio a scrivere il mio personale ricettario, che raccoglie quasi quarant’anni di vita.
Me lo son portato dietro anche a Milano, dove in quattro anni di insegnamento nelle scuole di Milano e hinterland ho appuntato soprattutto ricette siciliane, calabresi e campane, ca va sans dire!
Anch’io, come mia madre, prediligo il salato e, come lei, spesso affianco il nome delle persone che mi hanno passato le ricette: la focaccia di zia Lisa, la pasta al tonno rosso di mio fratello Giancarlo, la crostata con pere e amaretti di Anna Bianco, …


Un fil rouge, anzi una tagliatella lunga luuuunga che ci tiene unite, nonna mamma e figlia, sempre da sempre e per sempre.
Una passione che ha attraversato tre generazioni di donne: Matilde, Nicla e Margherita.
Tutte e tre con lo stesso modo di amare.
Tutte e tre con la stessa ansia da “cosa preparo oggi” e la stessa domanda di Elsa Morante da rivolgere per una vita intera ai nostri amori


Hai mangiato? “


La frase d’amore più vera❤️

REMISSIONE

Nove giorni fa ho avuto l’esito dell’ultima Pet: sono ufficialmente in remissione, ma si potrà parlare di guarigione solo tra cinque anni.
Non ho esultato, ho gioito timidamente, quasi non fosse la mia Pet, come se non ci credessi.
Ho versato qualche lacrima quando, dopo il mio messaggio inviato in tempo reale dall’ospedale, Roberto piangeva a dirotto.
Poi basta.
Non piango più da quasi un anno e mezzo.
Non ho pianto nemmeno di fronte alle lacrime felici di mia madre.
Il carapace che mi sono costruita per contenere la  sofferenza fa fin troppo il suo.
Ho dimenticato di avvisare tante persone.
Non dai subito una notizia così?
No.
Me lo sussurro in silenzio “Marghe, finalmente non c’è più malattia” ed in silenzio penso a chi non ce l’ha fatta e prego per chi lotta, per chi l’ha appena scoperto e sente mancarsi il respiro: non sa quanto si mancherà.
Io mi manco tantissimo.
Posso esultare mentre Anna non ce l’ha fatta, Mario combatte, Evandro ci sta ancora dentro, Maddy si misura ancora col suo nemico, Antonella aspetta il secondo trapianto?
Posso esultare mentre ho ancora addosso la paura di non farcela? Mentre mi scorrono in testa i fotogrammi di questo lungo anno e mezzo? Mentre ricordo gli esiti delle Pet precedenti “risposta non ottimale alle terapie”?
Posso esultare mentre il mio corpo continua ad imbruttirsi con i postumi delle quasi trenta chemio fatte? Delle dieci monoclonali? Delle mille eparine?
Posso esultare mentre i miei valori sono ancora sotto il limite minimo?
Posso esultare mentre cerco di tenere lontano il Covid dalla mia immunodepressione?
Posso esultare sapendo che il trapianto potrebbe non funzionare e che la malattia potrebbe ancora ritornare?
No, non esulto, vivo con passione come ho sempre fatto, ma molto più consapevole dell’effimero.
E non mi dite che devo pensare positivo e andare avanti: lo faccio già da una vita.
Può capire e parlare solo chi ha attraversato un tumore, chi ha provato o prova ciò che provo io, chi ha le vene sfregiate e la pelle bruciata, chi ha visto in faccia la paura e l’ha affrontata come meglio ha potuto.
E pian piano rido nuovamente di gusto alle battute dei miei figli,  con quella risata grassa che mi caratterizza da una vita e che non mi veniva più da troppo tempo.
E amo.
Perché la Margherita di Cocciante ama e lo fa per una vita intera.

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