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AMORE, MALATTIA E DINTORNI

Ieri sera alle 23 su Rai 1 ho guardato con estrema attenzione e piacere Sette storie, il programma di attualità e approfondimento di Monica Maggioni, giornalista professionista, sensibile, garbata, empatica, dentro l’argomento.
Tema della puntata: la diagnosi di tumore, la malattia affrontata dal paziente e dai cargivers, la malattia terminale e la morte.
Messa così la prima cosa che verrebbe da fare sarebbe cambiare canale e buttarsi su una commedia italiana, un programma di intrattenimento o similare.
E invece io l’ho cercata e l’ho voluta fortemente vedere, senza pentirmene.
E consiglio a tutti di vederla, perché la malattia è imprevedibile, non ti avvisa, non ti prepara; e poi c’è un filo conduttore, anche nella morte e oltre la morte, che è l’Amore, in tutte le sue forme.
Seguivo e seguo ancora su Instagram la pagina di Fraintesa, Francesca Barbieri, giovane content creator digitale e travel blogger, ammalatasi di tumore al seno e morta ad aprile di quest’anno a soli 36 anni.
Come ha scritto il suo compagno “Francesca è stata un dono per chiunque l’abbia conosciuta, anche solo virtualmente”.
E la storia di Francesca, dell’amore che ha donato in vita e anche dopo, raccontata con immenso amore dal
suo compagno, Andrea Riscassi, fa da filo conduttore della trasmissione in cui si intrecciano altre storie insieme agli interventi di  don Gianluca Mangeri, oncologo e cappellano della Poliambulanza di Brescia, e Ines Testoni, direttrice del Master in Death Studies and the end of life dell’Università di Padova.
L’intervento di quest’ultima, sulla morte, l’ho trovato meraviglioso e terribilmente vero: un argomento tabù, su cui appena si sorvola, come se il messaggio positivo dell’ “andrà tutto bene’, “tu sei forte e ce la farai”, “devi combattere” possa difenderci dall’ineluttabile, se è scritto nel nel dna, nel destino, nel karma.
Sono una persona dal sano ottimismo, mi faccio forza da sola e prendo forza da chi mi ama, ma sono anche una persona mediamente intelligente.
E tanto basta per capire e parlare serenamente anche della morte, scriverne non solo per esorcizzarla ma anche e soprattutto per familiarizzarci, alla non si sa mai.
Ne ho parlato giorni fa con mio figlio, riporto qualche stralcio della nostra chat:
“E qualunque cosa possa accadere questa è l’unica cosa che conta, aver amato tanto, avervi amato pazzamente”
E lui mi ha risposto:
” Accettare la tua malattia e conviverci, cercando di starti accanto e rispettando tutto ciò che comporta una cosa del genere.
Sì amo, amare penso sia il fine proprio dell’esistenza.
Non vale la pena aver vissuto senza aver amato al massimo delle proprie capacità”.
Nulla da aggiungere, altre parole sarebbero insignificanti e superflue.
Grazie alla vita che mi ha dato e mi dà sempre tanto, io procedo con nuova consapevolezza in direzione ostinata e contraria.
P.S. se avete perso Sette storie lo trovate su Rai 1 Play, se non volete vederlo posso capire.

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SCRIVIMI

Ho sempre amato scrivere, esattamente come disegnare e colorare.
Da piccola mi è mancato qualche gioco modaiolo, ma carta penna matita e colori non mi sono mancati mai.
Alla maestra Tina e alla maestra Marisa, rispettivamente in prima ed in quarta elementare, scrivevo bigliettini sgrammaticati ma colmi d’amore, disegnini e cuoricini, il mio modo per esprimere stima  gratitudine e bene, tanto bene.
Alle medie spesso disegnavo per le altre compagne, anche se poi ci scoprivano immancabilmente.
La professoressa di disegno, la temutissima Delcore , mi teneva sotto la sua ala pigmalionica: brigò tanto per farmi iscrivere al liceo artistico, ma non ci fu verso, dovevo fare la maestra.
E alle medie ho iniziato a scrivere i miei testi logorroici, personali, ricchi di particolari: la professoressa Asta mi ha trasmesso l’amore per la lettura, per l’ascolto di storie, la scrittura è stata una diretta conseguenza.
Al magistrale il prof Sabatini leggeva spesso ad alta voce i miei temi svolti in classe
– Margherrrita, mi fai rrridere
La scrittura si era fatta più ironica, simpatica, accattivante: anche nei testi cercavo di sedurre, di condurre a me, con le mie modalità.
E poi scrivevo lettere, su carta colorata e profumata, a mia cugina a Padova e ad amiche conosciute durante l’estate.
Durante la mia vita da giovanissima insegnante precaria a Milano ho continuato a scrivere lettere, a mia madre e a Roberto: d’amore per tutti e due, struggenti ma scanzonate nel contempo, destinazioni e firme diverse in calce, una destinazione Taranto firmata ‘tua figlia l’emigrante” l’altra destinazione Firenze poi Roma e Pisa (marito militare) firmata…me’ certe cose sono solo mie, nostre.
E quando andavo a trovare Roberto a Firenze la mia passione era perdermi tra gallerie, chiese e negozi di carta, ammirare la Bellezza dei capolavori artistici e abbabbiare al cospetto di fogli e buste colorate e profumate di buonissima carta.
Qualche settimana fa ho provato a digitare “carta da lettera” su Amazon ed è venuto fuori un mondo: nulla di bello ed affascinante rispetto alla carta da lettera di 40/30 anni fa eh, la cineseria spadroneggia, eppure tra le varie schermate ho beccato queste che, dal vivo, sono anche più belle.
A volte scrivere è un’esigenza, per questo ho aperto un blog l’anno scorso; anche scrivere una lettera a persone vicine, perché certe cose che non ho il coraggio di dire mi viene meglio a scriverle.
Com’era il titolo di quel film, Le parole che non ti ho detto?     Ecco, io te le scrivo, su questa carta a fiori colorati, delicati e tenui come sono io adesso, anche se non sembra.
E tu conservala con cura tra le tue cose più preziose.

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LEGGEREZZA E SOBRIETA’

Allora, stasera vorrei parlare dei massimi sistemi…

No!

Vabbè, discettiamo di populismo e qualunquismo…

Nooo!!

Ho capito, argomentiamo sul Covid 19…

Noooooooo!!!

Basta, decido io, il tema di questo articolo sarà leggero, come la leggerezza cui anelo in questo periodo, sia sulla bilancia che nella testa.

A voi piace il maculato?

Il maculato o lo ami pazzescamente oppure lo odi a certi livelli: non ammette mezze misure.

Io sono una di quelle che lo adora: cappotto, pantaloni, casacca, camicia, t shirt, canotta, mutande, reggiseno, borsa, scarpe, perfino la vestaglia…ce l’ho tutte! Anche la pashmina con cui ho imbastito turbanti aggressiv per combattere il nemico in questi mesi di chemio…groarrr!

Non ho ancora capito se indosso il maculato per sedare la tigre che è in me o, piuttosto, per dare spazio forza e grinta alla tigrotta sgomitante e con l’autostima sotto i piedi di qualche anno fa. So per certo che il maculato, combinato con i fiori e con i colori dell’arcobaleno, mi dà superpoteri che mi rendono una supereroina invincibile contro gli oscuri poteri del male!

Rischio di apparire volgare e trash? Praticamente pari a zero. A parte il fatto che nella moda è il trend delle ultime stagioni, il maculato non è più appannaggio di certa letteratura bucoskiana, i grandi stilisti lo hanno finalmente sdoganato e, quindi, più maculato per tutti!!!

L’avreste mai detto che il maculato potesse essere portatore di leggerezza e sobrietà?

Datemi un turbante maculato e vi solleverò il morale e tutto il mondo!

ALTRA

La prima è la foto che, da cinque anni, mi rappresenta su wathsapp ogni volta che il cavaliere nero fa irruzione nella mia vita.
La seconda è la mia attuale foto wathsapp, anche se c’è nuovamente malattia non ruggisco più.
Non mi sono arresa eh, tutt’altro, convivo con questo fetente, sono diventata un suo cecchino in stretta alleanza con le terapie.


E poi adesso sono altro, ma pure altra.


Sono fiduciosa  nelle nuove possibili frontiere di cura che spuntano come funghi salvifici, la ricerca è mia anzi NOSTRA alleata: doniamo, anche il poco di ognuno fa la differenza!
Sono sempre più radicata in questa vita che amo follemente e quel linfoma, indolente e fetente, forse   si arrenderà o forse no: non importa, io sono qui, hic et nunc.
Sono fiera di me perché so bene cosa significhi aver paura, ma sono molto coraggiosa.
Sono cambiata, in meglio dal mio punto di vista (modesta io).
Sono meno istintiva e più riflessiva.
Sono attenta e distratta quanto basta.
Sono più paziente, come sostantivo (e vabbè) ma soprattutto come attributo.
Sono decisamente più propensa al togliere che all’aggiungere.
Sono libera come non lo sono mai stata.
Sono grata per ciò che ho vissuto e che vivo, che non è poco; e per ciò che vivrò ancora.
Sono amata, da pochi o da tanti non m’importa.
Soprattutto amo verso l’infinito e oltre chi nel mio cuore ci abita da sempre per diritto di legame parentale ed amo chi ci ha fatto casa, costruendo solide amichevoli fondamenta.
Sono serena.
Sono impaziente di ricominciare (ma ho mai smesso?)
Sono comunque fortunata.


E sempre canto e ballo la canzone della vita
A prescindere.

ACCADE SPESSO

Accade spesso.
Svegliarmi al mattino, pensarmi normale, accarezzarmi i capelli lunghi, sentire le gambe leggere.
Svegliarmi e pensare all’organizzazione di una giornata piena d’impegni.
Svegliarmi e pensare ai miei.
Svegliarmi e bere l’acqua Essenziale solo per ingoiare la pillola per la tiroide.
Svegliarmi e portare giù Pedro alle 6 per poter arrivare a scuola in orario.
Svegliarmi e provvedere al pranzo e pure pensare alla cena.
Svegliarmi, arieggiare la stanza e rifare il letto dopo un po’.


E invece no.


Mi sveglio e realizzo di non avere una vita normale da due anni, tocco i miei capelli ispidi e corti, la gamba destra è pesante come un macigno.
Mi sveglio e penso a come riempirò la giornata.
Mi sveglio e penso a mio padre che non c’è più, a mia madre che c’è ed ha bisogno di tutto.
Mi sveglio e bevo l’acqua Essenziale per ingoiare pillole per la tiroide, per il sistema linfatico, per quello venoso, per lo stomaco inguaiato, per l’intestino squinternato, per incrementare la folina, per rinforzare un sistema immunitario nuovamente più loffio che mai.
Svegliarmi e portare giù Pedro quando mi va, quando il sole è un po’ più caldo; la scuola è un miraggio.
Svegliarmi e cucinare quando mi va e se mi va; cosa mi va no, Vittorio mi limita un po’.
Svegliarmi, arieggiare la stanza e con calma, con estrema calma, ricomporre il letto.


Svegliarmi e, invece,  pensare alla malattia che non mi molla, alle visite mediche, ai prelievi, alle prossime cure.
Al tempo che passa, ad una vita estrema nella sua apparente tranquillità,  alla voglia di vivere anche questa strana vita da fragile paziente oncoematologica plurirecidiva in periodo Covid, una figata pazzesca, sappiatelo voi No vax.
Alla speranza che colora tutto di verde, che mi fa cantare e ballare e davvero raramente sclerare.
Al privilegio di essere qui, su questa giostra di variegata umanità e moltitudine di sentimenti ed emozioni, come in un girone dantesco del Purgatorio, dove tutti hanno ben vissuto ma hanno qualcosa da espiare, dove nessuno è esente dal bruciare di vita, dove qualcuno si trova per sbaglio, dove taluni si chiedono ancora il perché.

LA MARGHE DI COCCIANTE VOLA

Non è il West bank wall, il muro che separa palestinesi e israeliani, ma è il muro d’ingresso della mia casa.


Si tratta di un adesivo murale dell’opera di Banksy “Flying balloon girl”, acquistato su Amazon, al quale ho reciso i 7 palloncini neri sostituendoli con 5 palloncini colorati in ceramica di Grottaglie, quelli che avevo, in attesa che presto diventino sette.
Li ho attaccati a dello spago grezzo e li ho uniti con un fiocchetto rosso.


Via, una cazzata.


Ma me lo sono proprio inventato io e stranamente non ho guardato su Pinterest, per cui ignoro se già ci sia o meno.
E tutto ha una spiegazione, spesso inconscia ed inconsapevole, anche questo.


Quella in foto non è la bambina di Banksy che, dalla cinta di Gaza,  sogna di fuggire da guerre fisiche e ideologiche alla ricerca di un futuro migliore.
Questa sono io che, dalla mia casa/prigione, sogno di fuggire dalla mia personale e lunga guerra con una malattia bastarda, alla ricerca di una magia, di una speranza, di una probabilità.


Cinque anni fa avrei voluto tatuarmi Balloon Girl, in cui Banksy raffigura una bambina con la mano protesa verso un palloncino rosso a forma di cuore che viene portato via dal vento, e non lontano compare la scritta in inglese “C’è sempre una speranza”.
Col linfoma pare che i tatuaggi siano banditi e allora, da  Margherita di Cocciante quale io sono (il titolo del mio blog) “coloriamo tutti i muri case vicoli e palazzi perché lei ama i colori”  e ad ogni immagine dono il significato che mi è proprio.

IL MIO 1° MAGGIO

Se il primo maggio è la Festa dei Lavoratori, giornata internazionale in ricordo di tutte le lotte per ottenere condizioni di lavoro migliori, allora oggi è la mia festa.


Da due anni il mio lavoro è fare la paziente oncoematologica e lottare per ottenere condizioni di salute migliori, anzi lottare per stare ancora in questa vita meravigliosa, come canta diodato nostro.
Sì, fare la paziente è un lavoro: faticoso, pesante, debilitante, premiante se sei fortunato, frustrante se ti va di cacca.
Il tempo, lunghissimo, scandito dagli appuntamenti continui: i prelievi, le visite, le terapie in ospedale e a casa, la suoneria del cellulare che squilla per ricordarmi le medicine da prendere, ché la chemio si è mangiata pure un po’ di cellule cerebrali.
PET e TAC fa che sono amiche mie, mi riempiono di radiazioni ma, vuoi mettere, mi parlano da dentro:


– Houston abbiamo un problema

Il Covid 19 ci ha messo il carico da novanta, da più di un anno faccio tutto da sola: nessuno più con cui ingannare le lunghe attese, nessuna visita durante i 22 giorni di degenza per l’autotrapianto, nessuno che mi tenesse la mano durante le plurime sentenze dei medici, la solitudine delle mie lacrime, che mica sono di ferro.


Una quarantena infinita.
Una lotta infinita.


Dedico questa giornata ai ricercatori, che lavorano con passione per cercare cure a perfide malattie ed invito a finanziare la ricerca anche con piccole donazioni, ché la ricerca è vita per tutti.


E a Nicola, che da comunista serio amava il primo maggio e che, un primo maggio di 64 anni fa, di nascosto, fece salire Nicla sulla sua lambretta per iniziare insieme un lunghissimo viaggio.


Foto presa dal web

PEZZI DI VETRO

Un’altra notte d’insonnia e di pianto, ma basta così.
Stamattina mi sono alzata male, come ormai capita da un po’, da quando  mio padre si è aggravato, da quando ho saputo dei miei esami non propriamente fantastici.
I due momenti sono coincisi, non è un caso che mi sia fatta devastare da un fuoco di Sant’Antonio incazzato quasi quanto me.
Mi ero ripromessa di non farmi devastare più da nulla e da nessuno, ma la vita, nel suo essere meravigliosa, può diventare davvero bastarda.


Eppure stamattina, dopo mesi di sciatteria e invisibilità, mi sono guardata allo specchio e ci ho trovato una donna fortissima pur con le normali fragilità, pure con la paura che si affaccia prepotentemente, pure col primo vero infinito dispiacere della vita.


Una figlia che ha accudito con amore il padre anche quando proprio non si sentiva (e quanto sono felice di averlo fatto).


Una madre e una compagna che ha sempre fatto il possibile (talvolta anche l’impossibile) per non far mancare nulla.


Una paziente oncoematologica rotta di palle, lo posso dire, che non si arrende ed è pronta a ricominciare a lottare, perché di questo si tratta, di una guerra.


I capelli, per la seconda volta, stanno ricrescendo ricci e indomabili, senza capricci, che mai li ho fatti in vita mia, ma forse è il caso di cominciare.
I capelli ricci  indomabili e resilienti contro i capelli lunghi lisci e cedevoli di 54 anni di vita: meglio adesso, ma a che prezzo, diobono.


Gli occhi abbottati dal pianto e annebbiati dalle cataratte, regalo delle chemio, li ho truccati di blu, come il cielo all’imbrunire, prima che diventi nero, che a me il nero non piace.


La bocca rossa, appena dischiusa sui denti malridotti, ché il sorriso in questo momento mi viene difficile: c’è sbavatura perché il rossetto s’infila sottilmente nelle rughe testimoni di tante risate e pure di sigarette fumate in compagnia e di baci dati, tanti (e tanti ne darò ancora).


Gli orecchini che anelano a libertà negate, quelle che solo i viaggi regalano.


Le sneakers maculate che non si vedono, ma mi ricordano che sono una guerriera, di quelle serie, che non si arrendono mai.


Il tumore, il Covid, l’immunodepressione mi hanno imposto una solitudine forzata che ho fatto mia: ho scoperto di essere una piacevole compagnia, mi piaccio, mi stimo, mi basto anche.
Osservo tutto e tutti con sguardo diverso, non superficiale e scevro sia da pregiudizi che da imparzialità.


La vita è cambiata ed ha cambiato me.
Credevo di essere rinata dopo il trapianto, invece sono morta di nuovo, di dolore e di paura.
Ma rinascerò.

Raccolgo i miei pezzi di vetro, scheggiati e colorati ma non li fondo, piuttosto li incollo uno ad uno e ne faccio un arcobaleno umano.

Sono io.

SENZA

Una settimana senza.
Tutto come da copione.
Entro in casa, saluto mia madre in cucina poi, in automatico, vado nella stanza di papà.
La poltrona è vuota, ma già da prima.
Il letto è smantellato.
La sedia a rotelle e il deambulatore parcheggiati.
Il televisore è spento, l’eco di Rai 3 ormai risuona a casa mia.
La radiolina cinese a forma di gattino, tenera ma kitch, è muta: Radio Maria ha dovuto arrendersi al volere del cielo.
Tutt’intorno è un trionfo di panni, traversine, salviette, creme, detergenti, disinfettanti, pomate, garze, flebo, medicine, strisce per misurare la glicemia, macchinetta per misurare la pressione, saturimetro.


Ma quello non è papà.


Papà è la sua scrivania piena di agende dell’anno che vuoi, di taccuini per appuntare pensieri, i conti di casa e perfino le misurazioni della glicemia, di fatture e resoconti di una vita, di libri pieni di orecchiette, di Espresso e Mind letti e non, ritagli di articoli interessanti e di immagini di meravigliosa natura, animali e paesaggi per lo più, di penne e matite, un’altra grande passione, perfino di lenze con ami arrugginiti.


Papà è la ribaltina della libreria piena zeppa di mazzi di carte francesi, di coltellini, forbicine, tagliaunghie, torce, pile, chiodi e vari ammennicoli, una piccola succursale dei vecchi negozi cinesi che tanto amava.

.
Papà è il tomo di schizzi e disegni e di ritagli di riviste degli anni ’70 : tutto è fermo a quel tempo.


Papà è il mobiletto strabordante di cioccolato, biscotti, caramelle ed amaretti, la sua ultima passione golosa: molta roba scaduta, ma tant’è, Nicola l’accumulatore seriale, credeva che la guerra non fosse mai finita.


Papà è la mensola con le foto di mamma, di loro due, di noi, dei nipoti piccoli, di sua mamma, della campagna a Martina, di Max.


Papà è la poltroncina di vimini all’angolo della vetrata a strapiombo su viale Ionio, per continuare a sognare di essere vivo a dispetto degli ictus e nonostante il Covid, a fare finta di passeggiare e incontrare gli amici al bar di viale Magna Grecia,di andare giù alla marina a prendere il pesce dal suo amico, di raggiungere la campagna di Martina e la spiaggia di viale del tramonto abbracciato a Lorenzo.

PARTENZE

Sono certa troverai qualcuno con cui giocare a burraco, ma non all’uso tuo, lassù dovrai rispettare le regole, credo.
Qualcuno a cui insegnare ad amare gli animali e a rispettare la natura, in ogni sua forma.
Qualcuno con cui fare yoga, che mo’ è figo, ma tu sei stato figo prima di tutti, e pure autodidatta.
Qualcuno con cui pescare e qualcosa da dipingere e da fotografare.
Qualcuno con cui parlare male di Berlusconi, della destra sovranista, della politica qualunquista.
Qualcuno dei tuoi compagni comunisti con cui ricordare il partito che fu e cantare a squarciagola Bella ciao.
Qualche bambino con cui giocare, a cui insegnare le canzoni di Carosone e qualche parola di francese che tanto amavi.
Qualcuno con cui giocare a calcio, a ping pong, ad andare in bicicletta e ad arrampicarsi sugli alberi.
Qualcuno che ti faccia ascoltare la tua amata musica napoletana, Era di maggio su tutte.
Qualcuno che ti prepari la pizza margherita con le acciughe.
Qualcuno con cui gustare dolcezze diabetiche, senza avere il pensiero della glicemia da misurare.
Qualcuno con cui guardare Rai 3 ma pure i film del canale 34, se te lo consentono.
Qualcuno con cui incazzarti, per non perdere l’abitudine.
Qualcuno che riesca ad ascoltarti quando parli per ore dello stesso argomento.
Ma anche qualcuno con cui condividere lunghissimi silenzi.
Qualcuno che ti dia sempre ragione, soprattutto quando hai platealmente torto.
Qualcuno che plachi il furore che avevi dentro, che noi non ci siamo tanto riusciti.
Buon viaggio Nicola, papà mio bello.
Ti voglio bene verso l’infinito e oltre.
Come Buzz

ART FRIENDSHIPS

Ho capito che non mi piace fare progetti, né a breve né a lunga distanza.
Ho capito che mi piace creare al momento, sulla scia di un ricordo di un’immagine di un pensiero, che si tratti di un piatto, di un racconto, di un quadro.


In questi giorni ho ultimato un quadrittico.
Quando l’ho iniziato, precisamente un anno fa, non sapevo che avrei dato avvio ad una quadrilogia, ma poi l’estemporaneità ha avuto la meglio.


In ogni “opera” c’è l’amica a cui l’ho regalato insieme a me: non è presenzialismo né esibizionismo o egocentrismo da parte mia, semplicemente il suggello di un’amicizia con la mia modestissima arte.
Tutto è nato come un modo per ringraziare donne/sorelle/amiche per essere nella mia vita da tanto tempo, per essermi state fortemente  accanto nella malattia e per lasciare un segno, nell’eventualità che non ce l’avessi fatta.
È stato anche un modo per ringraziarle del dono fattomi qualche anno fa, tutto l’occorrente per una pittrice mancata ma sempre desiderosa di riprendere in mano la tavolozza dei colori e dipingere la vita.


E questo ho fatto, ho dipinto la mia vita con loro.


Il primo quadretto l’ho intitolato ” Ho fermato un ricordo ” perché è frutto di un bellissimo ricordo, dell’ultimo meraviglioso viaggio fatto con amici del cuore: da Praga a Vienna a  Bratislava a Budapest con amore.
Per il mio primo lavoro mi sono rifatta ad una foto bellissima che mi è tanto cara: siamo Anna ed io, la bionda e la mora, felici di aver concluso un anno scolastico in prima ( la classe più bella e più stressante del ciclo della primaria ), con i nostri zaini in spalla alla scoperta delle meraviglie del mondo come due adolescenti, con le collanine a cuoricino, davanti ai meravigliosi giardini del Castello di Schönbrunn a Vienna: non lo sapevo ma ero già malata, avevo avvisaglie non riconducibili alla malattia, però ero molto felice.


Quando non sto bene e non posso uscire, per distrarmi, guardo foto e ricordo momenti felici: noi possiamo essere la nostra migliore medicina, la nostra più efficace psicoterapia.


Il secondo quadretto s’intitola ” Angel “: qui ho iniziato a capire che anche quando dipingo non posso prescindere dalla parola scritta.
Siamo Loredana ed io, ognuna con indosso il proprio vestito preferito, quello verde con le stelline nere il suo e maculato (manco a dirlo) il mio, ritratte di spalle e abbracciate, con i visi rivolti verso un arcobaleno di speranza che riporta una frase azzeccata: a lei spuntano le alucce da angioletto, io ho il mio NO tatuato in bella evidenza.
Non è andata bene, di lì a poco avrei saputo che la malattia era ancora tenacemente ancorata al mio sangue e che avrei dovuto procedere col piano B.


Nel frattempo, durante il lockdown, avevo partecipato ad un corso on line di Art journaling tenuto da un’amica bravissima artista e me ne sono innamorata…


La terza è una tela più grande, ho capito che sullo spazio largo lavoro meglio e mi esalto!
È un collage di immagini e parole, ritagliate da riviste o stampate al computer e colorate da me.
Al centro c’è una foto, che io amo, di Antonella e me al mare: eravamo più giovani e molto sorridenti, era un periodo molto felice. Ho ricercato immagini e parole che riguardassero la sua personalità e parole relative a ciò che ci accomuna, ci sono riferimenti alle città in cui ha vissuto e al blu, il suo colore preferito, da cui il titolo ” Non solo blu “
È venuto fuori un esemplare esplosivo di art journaling e pop art, colorato come lei e un po’ kitch come me!


L’ultimo l’ho sfornato ieri, ” Riflessi di stelle e fiori ” ed è dedicato a Stella, il mio giovane (ma molto migliore di me) alter ego biondo.
Sono partita da una foto in cui siamo abbracciate e ridiamo di gusto: eravamo al mare con gli altri amici del cuore ed io stavo per scoprire la malattia.
Ho messo la foto al centro e le ho dato continuità di colore creando lo sfondo. Ho cercato e ritagliato dalle riviste intere frasi che fossero azzeccate a lei e a noi, ci ho messo stelle e fiori e “wow” e anche una specie di aureola di diamanti sulla testa, molto kitch: un po’ da principesse, un po’ da sante, un po’ da sciantose, simbolo di un’artefatta perfezione che non ci appartiene, praticamente una provocazione.
Ho dimenticato un riferimento al segno zodiacale comune, l’Acquario, ma l’appartenenza a questo segno è comunque tutta lì, sulla tela.


Sono felice e soddisfatta, queste quattro tele hanno attraversato un anno di vita terribile eppure bellissima, un anno di opportunità e crescita, un anno di dolore e amore che, fa strano, ma spesso vanno insieme.


Grazie per i momenti, i ricordi, le presenze, le certezze, i pianti e le carezze, le pesantezze e le frivolezze; grazie per il bene, l’affetto, l’amore e il vostro cuore.


Eternamente vostra, eternamente mie.

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