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LEGGEREZZA E SOBRIETA’

Allora, stasera vorrei parlare dei massimi sistemi…

No!

Vabbè, discettiamo di populismo e qualunquismo…

Nooo!!

Ho capito, argomentiamo sul Covid 19…

Noooooooo!!!

Basta, decido io, il tema di questo articolo sarà leggero, come la leggerezza cui anelo in questo periodo, sia sulla bilancia che nella testa.

A voi piace il maculato?

Il maculato o lo ami pazzescamente oppure lo odi a certi livelli: non ammette mezze misure.

Io sono una di quelle che lo adora: cappotto, pantaloni, casacca, camicia, t shirt, canotta, mutande, reggiseno, borsa, scarpe, perfino la vestaglia…ce l’ho tutte! Anche la pashmina con cui ho imbastito turbanti aggressiv per combattere il nemico in questi mesi di chemio…groarrr!

Non ho ancora capito se indosso il maculato per sedare la tigre che è in me o, piuttosto, per dare spazio forza e grinta alla tigrotta sgomitante e con l’autostima sotto i piedi di qualche anno fa. So per certo che il maculato, combinato con i fiori e con i colori dell’arcobaleno, mi dà superpoteri che mi rendono una supereroina invincibile contro gli oscuri poteri del male!

Rischio di apparire volgare e trash? Praticamente pari a zero. A parte il fatto che nella moda è il trend delle ultime stagioni, il maculato non è più appannaggio di certa letteratura bucoskiana, i grandi stilisti lo hanno finalmente sdoganato e, quindi, più maculato per tutti!!!

L’avreste mai detto che il maculato potesse essere portatore di leggerezza e sobrietà?

Datemi un turbante maculato e vi solleverò il morale e tutto il mondo!

ART FRIENDSHIPS

Ho capito che non mi piace fare progetti, né a breve né a lunga distanza.
Ho capito che mi piace creare al momento, sulla scia di un ricordo di un’immagine di un pensiero, che si tratti di un piatto, di un racconto, di un quadro.


In questi giorni ho ultimato un quadrittico.
Quando l’ho iniziato, precisamente un anno fa, non sapevo che avrei dato avvio ad una quadrilogia, ma poi l’estemporaneità ha avuto la meglio.


In ogni “opera” c’è l’amica a cui l’ho regalato insieme a me: non è presenzialismo né esibizionismo o egocentrismo da parte mia, semplicemente il suggello di un’amicizia con la mia modestissima arte.
Tutto è nato come un modo per ringraziare donne/sorelle/amiche per essere nella mia vita da tanto tempo, per essermi state fortemente  accanto nella malattia e per lasciare un segno, nell’eventualità che non ce l’avessi fatta.
È stato anche un modo per ringraziarle del dono fattomi qualche anno fa, tutto l’occorrente per una pittrice mancata ma sempre desiderosa di riprendere in mano la tavolozza dei colori e dipingere la vita.


E questo ho fatto, ho dipinto la mia vita con loro.


Il primo quadretto l’ho intitolato ” Ho fermato un ricordo ” perché è frutto di un bellissimo ricordo, dell’ultimo meraviglioso viaggio fatto con amici del cuore: da Praga a Vienna a  Bratislava a Budapest con amore.
Per il mio primo lavoro mi sono rifatta ad una foto bellissima che mi è tanto cara: siamo Anna ed io, la bionda e la mora, felici di aver concluso un anno scolastico in prima ( la classe più bella e più stressante del ciclo della primaria ), con i nostri zaini in spalla alla scoperta delle meraviglie del mondo come due adolescenti, con le collanine a cuoricino, davanti ai meravigliosi giardini del Castello di Schönbrunn a Vienna: non lo sapevo ma ero già malata, avevo avvisaglie non riconducibili alla malattia, però ero molto felice.


Quando non sto bene e non posso uscire, per distrarmi, guardo foto e ricordo momenti felici: noi possiamo essere la nostra migliore medicina, la nostra più efficace psicoterapia.


Il secondo quadretto s’intitola ” Angel “: qui ho iniziato a capire che anche quando dipingo non posso prescindere dalla parola scritta.
Siamo Loredana ed io, ognuna con indosso il proprio vestito preferito, quello verde con le stelline nere il suo e maculato (manco a dirlo) il mio, ritratte di spalle e abbracciate, con i visi rivolti verso un arcobaleno di speranza che riporta una frase azzeccata: a lei spuntano le alucce da angioletto, io ho il mio NO tatuato in bella evidenza.
Non è andata bene, di lì a poco avrei saputo che la malattia era ancora tenacemente ancorata al mio sangue e che avrei dovuto procedere col piano B.


Nel frattempo, durante il lockdown, avevo partecipato ad un corso on line di Art journaling tenuto da un’amica bravissima artista e me ne sono innamorata…


La terza è una tela più grande, ho capito che sullo spazio largo lavoro meglio e mi esalto!
È un collage di immagini e parole, ritagliate da riviste o stampate al computer e colorate da me.
Al centro c’è una foto, che io amo, di Antonella e me al mare: eravamo più giovani e molto sorridenti, era un periodo molto felice. Ho ricercato immagini e parole che riguardassero la sua personalità e parole relative a ciò che ci accomuna, ci sono riferimenti alle città in cui ha vissuto e al blu, il suo colore preferito, da cui il titolo ” Non solo blu “
È venuto fuori un esemplare esplosivo di art journaling e pop art, colorato come lei e un po’ kitch come me!


L’ultimo l’ho sfornato ieri, ” Riflessi di stelle e fiori ” ed è dedicato a Stella, il mio giovane (ma molto migliore di me) alter ego biondo.
Sono partita da una foto in cui siamo abbracciate e ridiamo di gusto: eravamo al mare con gli altri amici del cuore ed io stavo per scoprire la malattia.
Ho messo la foto al centro e le ho dato continuità di colore creando lo sfondo. Ho cercato e ritagliato dalle riviste intere frasi che fossero azzeccate a lei e a noi, ci ho messo stelle e fiori e “wow” e anche una specie di aureola di diamanti sulla testa, molto kitch: un po’ da principesse, un po’ da sante, un po’ da sciantose, simbolo di un’artefatta perfezione che non ci appartiene, praticamente una provocazione.
Ho dimenticato un riferimento al segno zodiacale comune, l’Acquario, ma l’appartenenza a questo segno è comunque tutta lì, sulla tela.


Sono felice e soddisfatta, queste quattro tele hanno attraversato un anno di vita terribile eppure bellissima, un anno di opportunità e crescita, un anno di dolore e amore che, fa strano, ma spesso vanno insieme.


Grazie per i momenti, i ricordi, le presenze, le certezze, i pianti e le carezze, le pesantezze e le frivolezze; grazie per il bene, l’affetto, l’amore e il vostro cuore.


Eternamente vostra, eternamente mie.

CUCINA EVOCATIVA

La polenta non è un cibo della tradizione del nostro sud, è un alimento tipico del nord, della fredda e umida pianura padana e delle alte montagne, ma che, come tante altre ricette, è stata sdoganata per fare felici tutti gli italiani.


L’ho conosciuta da ragazzina a casa dei miei zii materni, che vivevano a Padova: zia Clara preparava una polenta col sugo piccante che se ne andava via la luce! Ci metteva dentro il pollo tipo alla cacciatora oppure il sugo con la carne alla tarantina, perché zia Clara è andata via col cuore trafitto dalla sua Taranto, come ancora succede ai nostri ragazzi.


In seguito, da giovane pm emigrata a Milano per lavorare, l’ho mangiata preparata dalla mia dirimpettaia Carmela, siciliana e grande cuciniera: preparava la cassoeula in versione lombardo/siciliana, una Buonezza esagerata a base di polenta condita con verza salamelle (o verzini) e spuntature di maiale (in verità c’era anche l’orecchio e il musetto ma io non li mangiavo!) piccante da fare paura per la presenza del peperoncino che a casa Rizza non mancava mai!


Mia mamma non l’ha mai preparata, invece io, che cucino per amore per curiosità e per evocare ricordi belli, l’ho cucinata qualche volta, anche se la lungaggine del procedimento mal si sposa con la mia vita di donna lavoratrice e madre di famiglia.
Eh ma adesso c’è lui, il Bimby, che rimesta per 40 minuti al posto mio ed io, nel mentre, preparo il condimento.


Oggi, per festeggiare un’ennesima ripresa e ruggire da tigre, ho preparato una fintamente magra polenta con sugo di salsicce di maiale, involtini, polpette e lucanica piccante.


Oggi io ero a Roana, con zia Clara e zio Ninì, miei madrina e padrino, col naso appiccicato al vetro ad ammirare l’incanto della neve che viene giù, con i tizzoni ardenti nell’allegro camino, coccolata come sempre, in attesa di  gustare questa buonezza preparata dalla mia zia del ❤️ alla sua sciuscietta.


Oggi io ero a Milano, a Cassina de’ Pecchi per la precisione, con Annarella e la signora Rizza che bussa alla porta con due porzioni di cassoeula piccante per noi, giovani maestre emigrate al Nord, da coccolare come figlie.


Dove c’è cucina c’è amore.
E ricordo.
E Bellezza.

SALUTI

Non voglio fare pesanti consuntivi né elencare i buoni propositi.
Voglio soltanto salutare il 2020 nel migliore dei modi (perché alla Bruttezza rispondo sempre con la Bellezza) ed accogliere il 2021 con un sorriso rinnovato.


Cosa indosserò?
Qualcosa di comodo perché devo cucinare e non riesco a spignattare vestita di tutto punto, ma nulla di sciatto.
E nulla di nero, mai sia!
Il vestito con le paillettes che son due anni che aspetto di indossare? E ma mi fa freddo assai, con le chemio sono passata da essere una donna in menopausa infuocata a una donna sempre in menopausa ma superrefrigerata!
Qualcosa di rosso? Il rossetto sicuramente!
Qualcosa di vecchio? Quanto ne voglio! L’immunodepressione e il Covid non mi hanno permesso di girovagare per negozi e l’armadio urla vendetta di rinnovamento!
Qualcosa di maculato? Per forza! Che sia il cappello nuovo o i pantaloni o slip e reggiseno tutto va bene, basta che ruggisca sempre, come me!
Qualcosa di nuovo? Gli orecchini che mi sono regalata, a forma di mappamondo e di aereo, perchè nuovi viaggi da intraprendere e nuovi orizzonti da esplorare mi aspettano!


Cosa cucinerò?
Un menu coi controfiocchi (per non dire altro):
– ghirlanda di salmone
– cestini di polenta con lenticchie e salsiccia piccante
– paccheri all’astice
– insalata profumata di gamberoni
– insalata di polpo

Con chi gusterò questo popò di cenone di Capodanno?
Con la mia famiglia nucleare, per tutelare la mia salute ancora molto fragile, in obbedienza al dpcm.
A mezzanotte, oltre al brindisi di rito, ai botti (degli altri) e agli auguri, getterò simbolicamente un farmaco e accenderò una candela per le compagne perse durante questo tragitto di burrascosa malattia, ballerò con Amadeus su Rai 1 e abbraccerò forte forte i miei amori e videochiamerò i miei genitori e il resto dei miei affetti stabili.


Non ho mai pensato di non farcela, ma festeggiare un nuovo anno, dopo tutto quello che ho attraversato, non era scontato ed è il regalo più bello.
Buona fine e buon inizio a tutti!
Peace & love!
Love?


“QUANDO C’È L’AMORE C’È TUTTO. NO, CHELL’ È ‘A SALUTE!”


Posso io non essere d’accordo con Troisi?

RICETTE D’AMORE

Il quadernetto delle ricette di nonna Matilde, quello di mia madre e il mio.


Quello della nonna è datato 1937, un anno prima che nascesse mia madre.
83 anni fa  Matilde appuntava soprattutto ricette dolci ( mia nonna era cannaruta forte! ): biscotti, pan di spagna, scileppo, creme varie.
Tutte scritte con una grafia antica, ordinata ed accorta.
Cremor tartaro, ammoniaca, strutto: quando piccolina leggevo queste parole mi sembravano fare parte di un rituale magico, tipo pozione alla Harry Potter.


Il quadernetto di Nicla, mia madre, porta la data del 1976: quasi ogni ricetta è accompagnata dal nome di chi l’ha fornita, della food blogger di una volta! La quasi totalità delle ricette di mamma è salata: focacce, quiche, panzerotti e sfiziosità varie. Molte ricette sono state scritte da me bambina: fa effetto ritrovare in quella grafia i desideri di Jo March con la passione di Ave Ninchi!
Nicla è una fan di Anna Moroni  e della Spisni oltre che grande amica di Antonella…
Antonella chi?
Ma la Clerici, naturalmente, della quale parla come se facesse parte del nostro quotidiano entourage familiare.


Nel 1984, a 19 anni, inizio a scrivere il mio personale ricettario, che raccoglie quasi quarant’anni di vita.
Me lo son portato dietro anche a Milano, dove in quattro anni di insegnamento nelle scuole di Milano e hinterland ho appuntato soprattutto ricette siciliane, calabresi e campane, ca va sans dire!
Anch’io, come mia madre, prediligo il salato e, come lei, spesso affianco il nome delle persone che mi hanno passato le ricette: la focaccia di zia Lisa, la pasta al tonno rosso di mio fratello Giancarlo, la crostata con pere e amaretti di Anna Bianco, …


Un fil rouge, anzi una tagliatella lunga luuuunga che ci tiene unite, nonna mamma e figlia, sempre da sempre e per sempre.
Una passione che ha attraversato tre generazioni di donne: Matilde, Nicla e Margherita.
Tutte e tre con lo stesso modo di amare.
Tutte e tre con la stessa ansia da “cosa preparo oggi” e la stessa domanda di Elsa Morante da rivolgere per una vita intera ai nostri amori


Hai mangiato? “


La frase d’amore più vera❤️

REMISSIONE

Nove giorni fa ho avuto l’esito dell’ultima Pet: sono ufficialmente in remissione, ma si potrà parlare di guarigione solo tra cinque anni.
Non ho esultato, ho gioito timidamente, quasi non fosse la mia Pet, come se non ci credessi.
Ho versato qualche lacrima quando, dopo il mio messaggio inviato in tempo reale dall’ospedale, Roberto piangeva a dirotto.
Poi basta.
Non piango più da quasi un anno e mezzo.
Non ho pianto nemmeno di fronte alle lacrime felici di mia madre.
Il carapace che mi sono costruita per contenere la  sofferenza fa fin troppo il suo.
Ho dimenticato di avvisare tante persone.
Non dai subito una notizia così?
No.
Me lo sussurro in silenzio “Marghe, finalmente non c’è più malattia” ed in silenzio penso a chi non ce l’ha fatta e prego per chi lotta, per chi l’ha appena scoperto e sente mancarsi il respiro: non sa quanto si mancherà.
Io mi manco tantissimo.
Posso esultare mentre Anna non ce l’ha fatta, Mario combatte, Evandro ci sta ancora dentro, Maddy si misura ancora col suo nemico, Antonella aspetta il secondo trapianto?
Posso esultare mentre ho ancora addosso la paura di non farcela? Mentre mi scorrono in testa i fotogrammi di questo lungo anno e mezzo? Mentre ricordo gli esiti delle Pet precedenti “risposta non ottimale alle terapie”?
Posso esultare mentre il mio corpo continua ad imbruttirsi con i postumi delle quasi trenta chemio fatte? Delle dieci monoclonali? Delle mille eparine?
Posso esultare mentre i miei valori sono ancora sotto il limite minimo?
Posso esultare mentre cerco di tenere lontano il Covid dalla mia immunodepressione?
Posso esultare sapendo che il trapianto potrebbe non funzionare e che la malattia potrebbe ancora ritornare?
No, non esulto, vivo con passione come ho sempre fatto, ma molto più consapevole dell’effimero.
E non mi dite che devo pensare positivo e andare avanti: lo faccio già da una vita.
Può capire e parlare solo chi ha attraversato un tumore, chi ha provato o prova ciò che provo io, chi ha le vene sfregiate e la pelle bruciata, chi ha visto in faccia la paura e l’ha affrontata come meglio ha potuto.
E pian piano rido nuovamente di gusto alle battute dei miei figli,  con quella risata grassa che mi caratterizza da una vita e che non mi veniva più da troppo tempo.
E amo.
Perché la Margherita di Cocciante ama e lo fa per una vita intera.

MUTISMO SELETTIVO

È un periodo di silenzio, parlo poco e scrivo meno.
Dopo aver analizzato a fondo la questione ho capito che la causa del mio mutismo selettivo è in due parole, STANCHEZZA e PAURA.


Non sono abituata alla stanchezza, io che sono Duracell, che non mi fermo mai, che la vita la mordo me la magno, io che vado sempre a tremila.
Un anno di chemio, di difese immunitarie basse, di vita stravolta, il trapianto col suo terribile post, il Covid che ha snaturato la vita di tutti ma, scusate, quella delle persone con la salute fragile, un’anticchia di più.
Ho accettato il tumore, per la seconda volta, senza mai chiedermi “perché proprio a me?”
Ho percorso la mia personale via crucis con dignità, forza, coraggio e cazzimma e la determinazione di voler guarire, anche quando i ripetuti responsi negativi avrebbero potuto mettere ko la tigre che alberga in me.
Ed essere così forte, sappiatelo, se da una parte aiuta a dominare la bruttezza della malattia, dall’altra non paga: il confine tra il normale ed il patologico diventa impercettibile e non rende l’idea di quella che è la situazione reale.


La paura del Covid attraversa la mia vita malata dalle ultime chemio della prima linea a marzo ed aprile alle chemio della seconda linea di giugno e luglio, al trapianto autologo di settembre fino ad arrivare al postrapianto, periodo delicatissimo che continua.
In questo momento di scarse difese immunitarie, di vulnerabilità totale, di equilibri familiari resi instabili dalla stanchezza (di tutti, certamente, ma della scrivente, scusate, forse un po’ di piu?) e dalla paura (la mia, perché se io mi becco il virus i cavoli amari sono i miei ), lo stare chiusa in casa e l’assenza di carezze abbracci e baci mi pesa come non mai e mi rende poco amica la vita.


Non scrivo più, non dipingo più, parlo poco; curo le piante in silenzio e cucino senza parlare. Non mi va di truccarmi, farmi carina è un’impresa, non riesco più a modellare un turbante decente, le mani si rifiutano di creare bellezza. L’immagine che mi rimanda lo specchio l’accetto ma non mi piace, trucco e parrucco rimandati a data da destinarsi.
È come se fossi in un limbo, in attesa di un responso che vale la mia vita, è come se fossi in trincea a difendere la mia vita dai possibili colpi di un virus cecchino.
Mi salvano le telefonate e le videochiamate delle mie amiche del cuore, dei miei familiari carissimi, i messaggi di amiche e amici su wzp con profusione di link, di emoticon e di Bene, le brevi passeggiate al mare per fare incetta di sole e aria, il sorriso e la voce rassicuranti di mia madre.


Intanto il Covid, che credevamo così lontano da noi, si palesa anche tra amici e conoscenti e la paura diventa un mostro con milioni di braccia che mi stritola e mi toglie il respiro.
Allora, quando vedo in tv le immagini di persone che girano senza mascherina, dei negazionisti folli e di quelli che creano inutili ma dannosi assembramenti, la rabbia monta e vorrei urlarla con tutta la forza che ho.
Invece le parole si fermano in gola, in un mutismo che non fa bene a nessuno, men che meno a me; a volte scappa un fanculino che ci sta tutto.
Però oggi scrivo e mi sento un po’ meglio: fuori sole a catinelle e dentro larve che desiderano schiudersi per diventar farfalle.


Mi sa che la notte scorsa, in sogno, Checco Zalone mi ha sbloccata.

UN RICORDO D’AMORE PER SENTIRMI BELLA

Quando oggi ho scattato questa foto sul mio letto d’ospedale avevo appena finito di parlare con mia madre.


“Marghe, come le trascorri queste giornate interminabili, a mamma ?”


” Che ti devo dire ma’, faccio come a casa, mi piace iniziare tante cose, per non annoiarmi, e poi finirle sempre eh…leggo, disegno, coloro, scrivo, ascolto musica, guardo un film, navigo su Internet, Instagram, videochiamo la vita, wazzappo…”


E lei


” Ti ricordi quando partimmo in treno con Vittorio e Lorenzo piccoli per andare a Rimini da zia Clara? Io rimanevo estasiata nel vedere quello che tiravi fuori da un borsone alla Mary Poppins sul tavolino dello scompartimento per intrattenere i bambini durante le lunghe ore di viaggio: libricini da leggere e da raccontare, fogli per scrivere disegnare e colorare, mini giochi da tavolo, minipuzzle, mazzi di carte napoletane, musica da ascoltare e canzoni da cantare!
Per non parlare dell’intrattieni gastronomico che sbucava dalla borsetta frigo colorata e perennemente allertata: i paninetti farciti diversamente per l’uno e l’altro, i Ringo, i plumcake, i flauti, i wafer, i cipster, l’acqua, i succhi di frutta!”


Talvolta anche qualche cilebbiv da fatica, ricordo, dimenticando subito dopo.


“E chi se lo dimentica ma’, spero soltanto che a loro sia rimasto il ricordo plurisensoriale di quei momenti, legati a bellissime esperienze familiari e turistiche.
Quella volta li portammo all’Italia in miniatura, a San Marino e ai lidi riminesi, dove Vittorio raccoglieva telline e paguri mentre Lorenzo faceva importante esplorazione sensoriale visiva dei vari topless cui non era abituato: aveva l’espressione di Pinocchio nel paese dei balocchi!!!


Ridiamo di gusto.


“Ma’, in generale i maschi non hanno la memoria “romantica”, sedimentano pragmaticamente. Anzi, per contro, tendono a ritenere i ricordi negativi a scapito dei positivi.
Quando ogni tanto chiedo, vi ricordate quella volta che…boh è spesso la risposta”


“Marghe, se anche loro non dovessero ricordare, stai tranquilla che io ricordo tutto benissimo, sei bella”


Grazie mamma, in questo momento bruttissimo basta poco per sentirmi bella.
Un ricordo d’amore, per esempio.

NOVE GIORNI, UNDICI CHEMIO


Per vivere bene questo lungo periodo in ospedale, in questa stanza blindata e semisterile di, boh, cinque metri per tre, ho creato delle miniroutine giornaliere per dare senso a lungherrime e noiosissime giornate di pupù, altrimenti caratterizzate dallo stare allettata, all’andare in bagno, al mangiare, stop, praticamente l’alienazione a livelli altissimi.


La mattina mi sveglio, “riposatissima”, apro le imposte e mi godo la vista della città, che qui dal 7 piano del Moscati è davvero notevole: mar Piccolo e mar Grande, città vecchia e città nuova, s’intravede il grattacielo dove abitano i miei che saluto ogni mattina con pensieri di salute conforto e d’amore che mai devono mancare, sono loro i più deboli in questo momento.


Aspetto con ansia la colazione per poi andare a farmi tutte le pulizie di rito, cambiarmi, profumarmi e farmi carina per me e per chi entra in stanza, per chi mi videochiama: la sciatteria non è ammessa, Nicla è un grande esempio.


Rispondo ai messaggi e alle telefonate del mattino che mi tengono su meglio di una botta di adrenalina.
Ascolto il telegiornale e leggo, ho finito un libro e ne ho appena iniziato un altro, quando mi rompo le balle vado di riviste o di scrittura o di Instagram o di cartoncini da colorare.


Nel frattempo è un’orchestra di flebo dalle 5,30 del mattino, orario continuato, fino all’indomani mattina.


Alle 11,45 arriva la prima sbobba della giornata, se mando giù qualcosa è tanto: qualche chiacchiera con la compagna di stanza giustamente poco ciarliera e via, si va di attenta pulizia del cavo orale perché la mucosite è già in agguato.


Un po’ di TV, il telegiornale, un sonnellino breve e ristoratore e poi il pomeriggio è la magia di un film, su l’i pad di Vittorio con le cuffiette nelle orecchie: e così mi sento un po’ a casa, come se fossi sul divano insieme a loro, a decidere cosa vedere sulle varie piattaforme.


La sbobba delle 17,30 m’innervosisce non potete immaginare quanto: all’ora in cui normalmente mi faccio un caffè, posso ingoiare cucchiaiate o forchettate di roba degna del peggior ristoratore esistente sulla faccia della terra?


Segue sempre pulizia del benedetto cavo orale, amen.
Segue passeggiatina da un capo all’altro della stanza per digerire simil buonezze.
Segue lettura o scrittura.
I giorni pari seguono le visite a distanza, guardandoci da lontano, loro dal gabbiotto ed io dalla mia finestra, parlando al cellulare, come se fossi in carcere, io, una ladra di vita.


Oggi è venuto Lorenzo.
Potete immaginare quanto io sia felice quando vi guardo da qui?


E quanto mi fanno felice le brevissime ma piacevoli visite  quotidiane del mio infermiere del cuore, smontante dal suo turno?


Alle 19 guardo la TV, il programma Reazione a catena, mi cimento con le parole che tanto amo, ma anche con la logica che tanto mi fa difetto.
A seguire il telegiornale e via ciò che offrono le reti nazionali.
Solo il giovedì sera mi isolo per guardare X factor sull’I pad, perché  lo seguo da sempre e sempre mi piace.


E stasera è giovedì.


E oggi ho finito la mia undicesima chemio in sette giorni.

Si festeggia.
Domani riposo e sabato trapianto.
Step by step.
Tutto arriva.
Arriverà il peggio, ma anche il meglio.
Life Is Pink.

DATE DA VIVERE

Ci sono date che rimarranno per sempre impresse nella memoria di ognuno di noi.
Date belle o brutte, non ci sono mezze misure.

Tra le belle, in primis e se ti vuoi bene, la tua data di nascita, perché nulla è più importante della propria vita, puoi festeggiarla o meno quel giorno, l’importante è onorarla e festeggiarla quotidianamente.
Poi le date di nascita dei propri figli se ne hai, anche quella dei figli pelosi: la vita che continua e la vita che accogli, con amore.
Le date di nascita di tutte le persone che amo: mia madre, mio padre, mio marito, i miei fratelli, le mie cognate, mia cugina, i miei nipoti, le amiche del mio cuore.
Le date di quando ho avuto il primo ciclo, ho dato il primo bacio, di quando ho incontrato Roberto, della prima volta che abbiamo fatto l’amore, di quando ci siamo messi insieme e poi sposati.
Le date dell’immissione in ruolo, delle lauree dei miei figli, di quando sono “guarita” la prima volta che mi sono ammalata di cancro.

E poi ci sono le date brutte: la morte di nonna Matilde, dei genitori e del fratello di Roberto, il giorno in cui ho saputo di essermi ammalata la prima volta.
Un anno fa due ecografie, perché alla prima non ho creduto, decretavano la mia seconda malattia, lo stesso cancro, ben più fetente del primo: uno dei giorni più brutti della mia vita, un giorno da dimenticare, direbbero i più.

Ma non io.

Io non voglio dimenticare nulla di questo anno vissuto pericolosamente ma con una lucidità, un coraggio ed una consapevolezza che credo di non aver mai avuto nella mia vita.
È una data impressa nella mia corteccia cerebrale, nel mio cuore sbatacchiato, nella mia anima a brandelli, nelle mie vene avvelenate, nel mio sguardo offuscato e sofferto, nel mio sorriso devitalizzato.

L’ho collocata su uno sfondo verde, perché la mia speranza, vivissima nonostante tutto, è quella di scrivere quanto prima un’altra data felice, quella della seconda remissione, la più sofferta: come dice Rossella, vorrei festeggiare la mia seconda vita, anzi la terza!
In questo periodo funestato da tristissime notizie, ancora di più voglio rispondere alla morte con la vita, alle tenebre con la luce, all’odio con l’amore, al sospiro col respiro.

Nel mio verde smeraldo tiro dentro Mario, Serena, Evandro, Anna e tutte le persone che combattono strenue battaglie contro cavalieri neri diversi ma tutti malvagi: ce la faremo e ce la racconteremo davanti ad un panino con la mortazza e una birra ghiacciata, lontani da prelievi e flebo, senza mai dimenticare chi è caduto con grandissimo onore sul campo di battaglia.

E poi ci troveremo come le stars
A bere del whisky al Roxy bar

UN CIPRESSO PER AMICO

Ho sempre amato i cipressi, così alti dritti fieri ed austeri, in barba a chi li snobba perché li abbina ai morti, ai cimiteri: il cipresso come il portasgubbia di turno, da evitare ignorantemente, il cipresso come Mia Martini.

Il Cipresso è sì il simbolo dell’immortalità come emblema della vita eterna dopo la morte e perciò lo si trova spesso nei pressi dei cimiteri, ma non solo lì, perbacco!!!

E difatti non ha solo questo significato: la sua chioma allungata verso l’alto, ricorda la forma di una fiamma e per tale ragione esso è collegato alla luce e, quindi, alla vita!!!
Lo sapevo, non poteva piacermi un albero triste!

Mi sono innamorata dei cipressi sin da piccola: quando andavo al cimitero con mia madre era una meraviglia guardare quegli alberi affusolati e dritti come soldatini, pareva stessero lì a vegliare sui morti, a difenderne la memoria attraverso la bellezza del silenzio e la richiesta di pace nel cuore di chi resta.

In seguito, viaggiando, ho ammirato i cipressi
della campagna toscana, quelli che invitano alla tranquillità, alla meditazione, al riposo e anche all’ozio, daje!
I toscani sono maestri nel piantare i cipressi nei posti ganzi: in cima ai cocuzzoli, in spiazzi desolati, in mezzo alle boscaglie profumate, sui cigli delle strade a delimitare meravigliosi vialetti.

Il cipresso non dispiace anche ad altre regioni italiane dove adorna, senza intristire, angoli di strade, di giardini, di campi e si adatta benissimo a fare ombra nei viali.

Anche qui, in questo meraviglioso agriturismo nella Valle di Diano, i cipressi fanno la loro bella figura in varie posizioni e combinazioni, pare che vogliano rendere ancora più bella e rilassante una struttura molto slow, oltre che bella assaiiiiiiiiiiiiiiii.

Stamattina un cipresso, non potendo portarmelo casa, me lo sono abbracciato, non senza la paura di ritrovarmi lucertole o scoiattoli in testa, perché la sua chioma è casa per questi simpatici animaletti!

Quanta energia e dolcezza in quell’abbraccio!

Ne ho fatto il pieno per l’abbisogna…capisc a me!

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